Stracci di Vita – Parte II – Overture
Ero sull’autobus quando d’un tratto…d’un tratto mi sono sentito…mi sono sentito…
È già accaduto tutto questo, quest’autobus e questo momento, questi vetri sporchi da cui vedo un mondo sporco, sbiadito, sfuggente. Ho già visto queste persone, queste foglie ondeggianti, ho vissuto l’Autunno, questo lento Autunno dell’anima, ho già percorso questa strada.
Mi scuote una persona al mio fianco. E’ un indiano, non mi piace il suo odore. Non sono razzista ma non mi piace il suo odore. Resto seduto a fissare il mondo sporco che passa volando, e conto i semafori che lampeggiano al buio, spenti nella notte che si tiene sveglia sui gomiti e lo sguardo pesante. L’indiano si alza, va verso le porte, prenota la fermata, si guarda attorno, ha i baffi neri i capelli neri con la riga laterale, così neri e così in ordine da sembrare finti, è un indiano uguale a tanti altri che ho visto, ha il colore del cioccolato, e si porta dietro il suo odore che non mi piace. L’autobus si ferma, l’uomo barcolla appeso alla pertica fredda e nera, poi dondolandosi un poco si lancia fuori dalle porte giù in strada. Il mondo fuori dalle porte aperte sembra quasi meno sporco, sembra più reale, è li a pochi passi, potrei ancora riuscire a scendere se facessi un balzo. Le porte mi si chiuderebbe addosso e si riapritrebbero automaticamente. Mi salverei lì sull’asfalto, lì lontano da casa, in una strada che non è la mia strada, di notte, una notte vuota con pochi fari di poche auto, un indiano che si allontana a passi lenti, una puttana che ammica disperata e lasciva nella mia direzione.
Ho fatto un rapido scatto, le porte mi si sono chiuse sulle braccia, le ho spinte indietro e sono finito in strada. Le mie scarpe rosse sull’asfalto grigio, le mie scarpe che non funzionano, che non basta battere i tacchi tre volte per tornare a casa, perché non c’è una casa a cui tornare, non c’è magia nelle mie scarpe rotte, e nei miei piedi voglia di viaggiare. Ma sono su un asfalto nuovo, un angolo di mondo che non ho mai vissuto. E’ notte e una puttana si avvicina. Da come mi guarda sa che non ho molto da offrirle. Se non fosse consumata dalla vita che conduce sarebbe quasi carina, ma ha gli occhi infossati e di una triste bellezza, uno spento chiarore le colora le guance, mi sorride con un sorriso ingiallito dalle sigarette che fuma nella lunga attesa notturna. Non sono mai stato con una puttana, ho sempre avuto paura, delle malattie, del buon costume, dei sensi di colpa, della vergogna, del sesso fatto senza amore.
Ma c’è una voglia perversa, il proibito che ha un odore così forte ed invitante da spezzarti il fiato e la coscienza, ti avvolge in un canto di sirena ammaliante, sconvolgente, conturbante. Ho voglia di fare del sesso, ho voglia di annullarmi, non sentire e non pensare, ho voglia di essere diverso da ciò che sono sempre stato. Potrei farlo almeno una volta anche solo per scuotermi da questo ridicolo angolo di esistenza su cui rimango bloccato. Potrei guardarla mentre fa finta di godere sotto di me, mentre vengo sulla sua pelle bianca e usurata dal tempo, potrei potrei…
Mi ritrovo in un altro vicolo poco distante, i pensieri mi hanno portato lontano dalla tentazione, il mio inconscio mi ha salvato. Sarebbe stato uno sbaglio…forse..
Ai piedi di una statua c’è un uomo seduto che sembra che dorma, gli passo davanti, vedo la bottiglia di vodka al suo fianco e i pochi spiccioli che tiene nel cappello. L’alcol lo aiuta a togliersi di mezzo più rapidamente da quella strada di merda, da una vita consumata a trent’anni. Vorrei sedermi come lui, attendere, riposarmi, non pensare, ma c’è un cattivo odore per la strada, piscio e spazzatura, alcol e indifferenza.
Rotolo per chilometri senza destinazione, poi svolto un angolo, percorro un piccolo viale alberato, entro in un parco buio rischiarato solo dalla luce della luna calante e mi accoglie una panchina. Mi siedo, sono stanco, stanco di pensare.
Dove sono tutti i miei amici?
Dove sono tutti gli altri?
Poggio la testa e guardo la Luna. Mi guarda dall’alto, mi brilla negli occhi, mi risponde silenziosa e piango con lei. Non ci sono stelle cadenti né desideri, solo lacrime calde sulle mie guance.
Domani…domani sarà migliore. Farò qualche telefonata, lavorerò, mi sforzerò di vivere e poi…poi vediamo.
Quando sarà buio
"Mi piaceva tanto il cielo di ieri, un cielo chiuso, nero di pioggia, che si spingeva contro i vetri, come un viso ridicolo e commovente. Questo Sole qui non è ridicolo, al contrario. Su tutto quello che mi piace, sulla ruggine del cantiere, sulle fradice tavole della palizzata, cade una luce avara e ragionevole, simile allo sguardo che si getta, dopo una notte insonne, sulle decisioni che si son prese con entusiasmo il giorno prima, sulle pagine che si son scritte di getto, senza una cancellatura. I quattro caffè del viale Victor-Noir, che la notte brillano, l'uno accanto all'altro, e che son ben più che caffè - acquari, vascelli, stelle, o grandi occhi bianchi - hanno perduto la loro grazia ambigua.
Un giorno perfetto per un ritorno su se stessi: questi freddi chiarori - che il Sole proietta, come un giudizio senza indulgenza, sulle creature - entrano in me attraverso gli occhi; mi sento rischiarato da una luce avvilente, Son sicuro che mi basterebbe un quarto d'ora, per raggiungere il supremo disgusto di me stesso. Grazie tante, non ci tengo. non rileggerò nemmeno quello che ho scritto ieri sul soggiorno di Rollebon a San Pietroburgo. Rimango seduto, con le braccia penzoloni, oppure traccio qualche parola senza persuasione, sbadiglio, attendo che scenda la sera. Quando sarà buio, gli oggetti ed io usciremo dal limbo."
Jean Paul Sartre - La Nausea
In silenzio, tra nuvole e cielo
...E la vita si consuma ogni giorno, ogni giorno uguale all'altro e le storie da dire diventano sempre meno, i discorsi si disfano man mano che dalla mente giungono alle labbra, e si preferisce il silenzio, la resa dei sensi a questo furto dell'anima.
Il silenzio è meglio, meglio di ogni parola se viene da dentro e dentro poi muore. Il silenzio è nel mare, è una goccia d'amore che non sai assaporare, il silenzio è parola detta stretta in un pugno, come un suono difeso dagli inganni del vento, dallo spazio e dal tempo. Il silenzio è il tormento di ogni singola frase, che si ingarbuglia nel cuore, viene fuori spezzata dall'imbarazzo, l'amore, viene fuori tra i denti, in un sibilo assente, una brezza sospesa tra respiro e fiato. Il silenzio è passato, era meglio quando dormivo, e in silenzio sognavo e nel sogno vivevo, vivevo davvero.
Il silenzio ora è tutto, è parola in lutto. Il silenzio è una benda stretta intorno ai miei occhi, mentre guardo il cielo piovermi addosso con tutte le stelle, tutte quelle che riesce a tenere questo splendido ombrello che chiamano notte, questa nuvola grigia che mi avvolge lo sguardo e mi separa da Dio, dall'immenso potere che trova sfogo in un tuono. Il silenzio è pioggia incessante dopo una tempesta d'amore, è l'odio rappreso nella ferita del cuore. Il silenzio è ignoranza, è paura di dire, il silenzio è pagare con la stessa moneta il silenzio degli altri, che non sappiamo mai dire, nè raccontare, il silenzio è sapere che hai finito le storie, che hai finito le note. Hai raccolto in silenzio in un cesto di vita, un drappello di sogni, parole e pensieri, li hai inviati al tuo cuore, ma il cuore rinnega il coraggio delle parole, ti nega il silenzio del sesso, il cuore che annega annega nel mare dell'incoerenza, di questa stanza perduta in quel triste spazio tra nuvole e cielo, tra nuvole e cielo...Il silenzio è questo, che segue la fine. Il silenzio è piangere per commozione o per rabbia, per rancore. il silenzio è d'oro se speso per recitare una poesia d'amore.
Mi voglio sospeso, in silenzio, tra nuvole e cielo.
Seguendo un fiume d'inchiostro
Lo spazio. Bianco punteggiato d'inchiostro, nero punteggiato di stelle. Lo Spazio che separa e contiene, che sconfina e delimita. Lo spazio immenso, esteso e racchiuso nello sguardo. Lo spazio che separa le parole, e le parole che frammentano lo spazio. Cosa sono questi granelli di sabbia che perdo dalla mano?
Sono tutto lo spazio che si libera nella mia mano, e lo spazio che tenevo stretto nel pugno.
Il silenzio ha la grandezza e le dimensioni dello spazio. Svuota le pagine, le giornate, svuota i ricordi, i pensieri, ogni cosa.
Ma poi capita a volte, che ritrovo coscienza, solidità, equilibrio. E scivolo sulle pagine bianche spiegate ai miei piedi, firmando i momenti che passano. E allora mi rendo conto che tutto lo spazio di cui ho bisogno non è mai mancato, che il problema non è trovare le cose da dire, lo spazio da riempire o quello da creare. Il problema è il Tempo che corre inesorabile, che scorre negli interstizi dell'anima, nei respiri, tra gli sguardi affannati alla ricerca di un istante in più, di un minuto di verità e di coscienza.
E' il tempo che inseguo ogni giorno, e troppo spesso non mi accorgo che mi giace accanto, dormiente, inutilizzato, perduto. E si porta via le parole, la voglia, e non so più che dire, farnetico e basta nei pochi istanti che riconosco e che mi concedo.
In questa notte che sembra apprestarsi alla fine, dove da tempo avevo ripreso a volare con ali ferite, adesso scorgo lontano quelle che forse sono luci di un alba che il mio nome non saprebbe gestire.
Mi portano via la notte. Mi porteranno via anche il nome. Ma non la coscienza.
Resterà sopita forse, mentirà, dirà idiozie o banalità, a volte magari dirà la verità, pur di restare viva e non tornare ancora una volta nel buio. Resterà al centro del mio cuore, protetta, e quando fermerò l'orologio del tempo ne verserò un po' sui fogli che restano, sperando di riempire lo spazio immenso che vivo, che dentro mi porto in questo lungo viaggio solitario su di un fiume nero d'inchiostro.
............?
All'alba c'era silenzio. Respirava piano e il vento e le nuvole e le nuvole e il vento danzavano.
Cadeva una goccia, faceva rumore e rompeva il silenzio.
Ma io chi sono?
Sono una goccia che cade o il suo rumore?
Sono il silenzio dell'alba o il respiro che sposta le nuvole?
O sono una nuvola?
Sono una goccia di nuvola, spostata nella sua caduta dal respiro del vento che cade dove fa più rumore? Su una pozza d'acqua, sul mare, su di un pavimento o sul viso di qualcuno.
E se fossi una lacrima? Sarebbe di gioia o dolore?
O sarebbe una lacrima di noia?
Sono caduto dal tuo occhio limpido e ho percorso la morbida linea del tuo viso per perdermi nel labirinto delle tue labbra, asciugato dalle parole. Erano parole d'amore? Erano nulla? O era un addio, un arrivederci?
Ho perso chi sono nella curva di un punto interrogativo. Dietro l'angolo c'era uno spazio vuoto e poi un punto. Non mi ricordo, non mi ricordo...
Prigione
(Autunno)
Essere fuori da se stessi.
Pagine bianche di un quaderno che non scrivo. E vorrei solo rubare un po' di tempo, prima di ogni parola, una sola rima col cuore, mi basterebbe una parte del giorno, quel che ne resta, quando alla sera il fiato spegne l'ultima candela. Non sentire la fiacchezza, rubare quel tempo e portarlo lontano, difenderlo, farne parte. Ma non c'è tempo per noi, il tempo è l'illusione che ci lasciano afferrare quando ci affacciamo sulla finestra del mondo, e ne riscopriamo la bellezza ormai lontana. E' una prigione, ma almeno mi danno da mangiare.
Passioni Riconsiderate
Il tempo, prezioso e perduto, diamante stretto in un pugno, che sanguinante e ferito si apre e lo lascia cadere, e si perde ancora, prezioso com'è, si perde per sempre e guadagna valore.
Penso alle parole di Thomas Elliot quando recita:
“Ora penso
che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi
e varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni,
e che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia
quando la nostra attenzione è distratta,
e che quanto ci dà lo dia con turbamenti
così lusinghieri che il dato affanna ciò che si desidera.
E ci dà
troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora ci crediamo,
soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate.”
(Gerontion)
Già, eccole, qui tra le mani mentre i giorni scorrono lenti e la noia li colora di grigio, mentre soffia un vento potente che mi fa dimenticare di avere vissuto, eccole le mie passioni riconsiderate, ciò che ho sempre desiderato fare, sbiadito dal troppo tempo trascorso, dal vento della 'storia'. Sono incosciente, pallido. La mia pelle bianca un offesa al tiepido Sole di fine Aprile.
“Aprile è il mese più crudele...” dice Elliot, si non è mai stato così crudele, a piovere insistente sulle mie palpebre chiuse, sulle mie labbra socchiuse in cerca di parole, su tutti i miei momenti annegandoli, nell'accidia, nella noia, nel nulla. So fare parole, ma non le so dire. É un meccanismo inceppato che sente il peso degli anni. Rileggo a volte quello che scrivo. E' banale, sono io, sempre io.
E il tempo si distende, si lascia guardare per bene, mentre mi scivola tra le mani, come un lungo vestito di seta sul corpo di una donna bellissima, si lascia cadere tra le mie braccia, come in un ballo improvvisato in una notte silenziosa, mentre in cielo vibrano le stelle la loro melodia senza fine.
Si distende il tempo/donna, e ci allontana, te e me, che ora viviamo in modo differente. Siamo ciechi forse, amanti perduti in un labirinto che si cercano, e si trovano poi, come due granelli di sabbia nel collo di una clessidra che si sfiorano solo nell'ultimo splendido istante. Manca qualcosa, mancano le parole...
“E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
ne sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne
strascicate sul pavimento -
e questo e tante altre cose -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno
dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
se qualcuno, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle
e volgendosi verso la finestra, dicesse:
'Non è per niente questo,
non è per niente questo che volevo dire.'”
(Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock – T. Elliot)
La prima volta
Siracusa.
Senza segnaletiche, strade senza divieti, soste inattese, o rifornitori di giustizia o sentimenti. Le ciminiere fan l'amore con le nuvole, nuvole coricate sul dorso del mondo, l'orizzonte che si svela e si tinge di arancione mentre viene la sera e il sole rosseggia dal fondo del mare.
La notte viene con un vento freddo, accompagnata da un silenzio che prima non c'era. É la prima volta che.
No, non la prima in generale.
È notte ma non è la prima volta che è notte. Questo almeno mi da conforto, so come comportarmi. È una notte particolare, la notte in cui la festa finisce, si salutano gli amici, i parenti, che non si sa se e quando si rivedranno ancora, è la notte che poi ti viene la tristezza, ma più che tristezza è un vuoto dove prima c'era la gioia, e rimane un gusto un po' amaro, come qualcosa che si è perso e non tornerà più tra le nostre mani.
È la prima volta che.
Ho nostalgia, ma non è la prima volta che ho nostalgia, altrimenti non sarei quello che sono, non scriverei queste parole, non sarei nuvola e non piangerei. Sono nuvola, ma non è la prima volta che mi sento una nuvola; volo leggero su strade deserte, e seguo la via verso casa, ma ci arrivo e subito un vento potente mi allontana, mi disperde, mi dirada, resta la pioggia, che cade su altri quartieri, altre strade, lontano da tutto, dal cielo che.
No, non è la prima volta che volo lontano. Sono stato in tanti paesi, ho visto tante cose, sono stato molto lontano, ma mai come adesso. Adesso sono lontano col cuore, manca l'appartenenza, il bisogno, manca il calore, manca la forza. C'è così poca gioia in questo immenso universo di dolcezza, che la dolcezza da sola rende tutto così difficile, che ti resta un perenne groppo alla gola, e non puoi inghiottire, e ti vengono le lacrime agli occhi perché vorresti solo che fosse diverso, ma andare lontano non basta, non basta partire. Forse non manca nulla, manco io, forse, da quella fotografia, c'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio viso. C'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio.
No, non è la prima volta che ho paura, paura del vuoto, paura di star male. Ho paura di partire, di lasciare e non trovare, paura di restare e marcire, paura di soffrire, e di amare, paura di credere e annegare, e sognare e dormire, e paura di capire. Ho acceso una stella con un dito, ho pensato fosse un'idea raggiungerla con il pensiero, ma precipito ogni sera quando col dito disegno il tragitto che mi separa dalla stella che porta il mio nome.
Cado. Ma non è la prima volta che cado.
Mi dispiace, ma non è la prima volta, mi dispiace per tante cose che ho fatto, per i pensieri che ho tradito e ucciso, le speranze sfumate, le carezze non condivise, i silenzi, le parole non dette, gli abbracci non ricambiati. Mi dispiace per tutte le volte che non mi è sembrato di dare abbastanza, perché il mio modo di amare non è forse abbastanza. Mi dispiace per il mio egoismo, per essere così lontano, da tutto e da tutti, in un isola dove non trovo altro che il mio compiacimento. Mi dispiace per voi, che mi accudite, perché non avete altro che dolore e amare gioie, felicità sbiadite da una cornice di grigio, mi dispiace per voi più che di ogni altra cosa.
È la prima volta che. È la prima volta che scrivo. No, non è vero, è vero solo in questo momento, perché non scrivo da tanto. È la prima volta dopo tanto tempo che scrivo. E scrivo con le mani di un ingegnere e un cuore spaesato, incerto, confuso, che resta a guardare, mentre attorno il mondo si costruisce e si sgretola in continuazione, mentre sbuffano i treni e i vulcani, e volano gli aerei e gli aquiloni, ed io sbuffo come un treno, mentre aspetto di partire, sfrecciare nel cielo come un aereo, mentre vorrei essere un vulcano, eruttare la rabbia, il dolore, la frustrazione per tutto quello che vedo, liberare tutto il dolore, liberare ogni cosa, e poi essere aquilone, ondeggiare nel cielo limpido mentre si schiarisce il fumo, tenuto con una corda dalla mano di mio padre, con mia madre seduta in un giardino che sorride con gli occhi alzati al cielo, finché arriva il vento, sempre quello, che in un guizzo beffardo, una folata di dolcezza e destino, mi strappi alla presa della mano paterna, e mi porti lontano, dove non so, ma dove sarà magari ancora e ancora e ancora, la prima volta che.
Il rapinatore di giustizia
Mi hanno raccontato di un uomo di 60 anni finito in galera. E' successo oggi, me l'ha detto il telegiornale. C'è quest'uomo dai capelli grigi, piccolo imprenditore che per anni ha lavorato nel rispetto della legge, si ritrova d'improvviso senza denaro, senza lavoro, con tutte le tasse da pagare, e con una moglie gravemente malata che necessita di costose cure mediche. Così quest'uomo, troppo orgoglioso per chiedere aiuto, decide che l'unico modo per soccorrere la moglie e uscire da quella situazione è rapinare una banca, ma è disperato, non ragiona nemmeno, non pianifica nulla, semplicemente prende una pistola giocattolo e va in una piccola banca di periferia. Una cassiera intimorita gli dice che non hanno contanti, e il vecchio non è che si incazza, minaccia o che altro, semplicemente fugge via spaventato più della donna che stava in banca, umiliato nell'anima, sentendo il fallimento perfino di un'azione così gretta e insensata.
E mi viene da sorridere se penso che per scappare ha usato una bicicletta...
Un uomo di sessant'anni, coi capelli grigi, una pistola giocattolo in mano che fugge in sella ad una bicicletta, magari in preda alle lacrime. É una cosa che mi toglie il fiato, che farebbe ridere se non fosse reale. La polizia lo ferma che è quasi arrivato a casa, e non si ribella, non cerca nemmeno di mentire o di trovare un'inutile scusa, semplicemente dice che è lui il 'rapinatore', che voleva solo aiutare la moglie e pagare le bollette...Dio mio le bollette. Immagino lo sguardo del poliziotto che ascolta queste parole, lo immagino come se fosse il mio sguardo, e colgo il bagliore di una scintilla di rabbia.
Si perché mi fa rabbia, mi fa una rabbia che non so spiegare, perché quell'uomo è finito in prigione, dice il telegiornale alla fine di un servizio commovente confezionato a dovere, una fiction reale che dura solo pochi luridi istanti, e lo fa quasi con tono poetico, recitando le ultime parole come fossero la fine di una bella storia, mentre invece è soltanto l'epitaffio scritto sulla lapide della giustizia italiana. Si perché non c'è giustizia, il paese è sporco, il 'bel' paese ha ben poco di bello ormai. Non basta la natura, i bei luoghi, i monumenti e i panorami, no, ci vuole molto altro per vivere bene in uno stato.
Non difendo un uomo che rapina una banca, perché la legge punisce chi sbaglia, anche se il lato umano della faccenda a volte confonde i pensieri e accarezza il cuore, no, io condanno la giustizia che punisce queste persone disperate, e lascia liberi quelli che hanno ucciso e violentato, quelli che hanno fatto stragi, quelli che, a ben vedere, fanno più audience televisiva. La popolarità di un criminale si basa sul numero di coltellate inferte alla vittima, sul livello di efferatezza usato per uccidere. I criminali sono popolari, fanno le pubblicità, hanno gli arresti domiciliari e prendono il Sole sul balcone, vivono la loro vita in attesa di un processo che comincia quando ormai non c'è più nessuna colpa da espiare, perché il criminale ha capito che a nessuno importa davvero di giudicarlo. I processi si protraggono fino a diventare estenuanti, fra ricorsi e cassazioni e menate varie si allunga l'amaro brodo della burocrazia, e le televisioni si ingozzano ingorde di nuovi colpi di scena e di nuovi dettagli, e la gente parla di quell'omicida o quell'altro come fosse un eroe dei fumetti, o il protagonista di un brutto film. Poi un bel giorno senti di un poveraccio che ha l'unica colpa di non avere più vie d'uscita, che finirà in galera senza troppi processi, perché a nessuno importa che la storia vada avanti troppo a lungo, e mi viene da pensare a quell'immagine, di un vecchio confuso e dai capelli grigi, con una bilancia rotta in una mano, gli occhi bendati dalla burocrazia e dal potere, in sella ad una bicicletta d'oro, che non sa dove andare: questa è la giustizia italiana...(?)
Lungo la strada
(da Stracci di Vita)
Lungo la strada un faro mi segue, il faro di un auto. Mi sento come quei fogli di carta lasciati cadere e trascinati dal vento; porto su di me il conto di uno scontrino, la lista della spesa, una lettera, o magari una poesia. Lungo la strada mi sposto come le parole sotto lo sguardo mentre si legge un libro, scorro silenzioso sulla mia bicicletta cigolante con un faro che mi segue, come un riflettore puntato sulla mia persona. Sono l'attore parlante, il protagonista lungo la strada, in questa scenografia perfetta, di ciottoli e spazzatura e finestre chiuse su lampade accese su focolari sbiaditi, dal tempo, dall'ipocrisia e dalla televisione. Volto a destra lungo la 'Via dei Sentimenti', un viale alberato su cui ogni ogni giorno mi innamoro, perché per i marciapiedi consumati scorgo spesso una donna tra le tante che mi incanta e mi incatena, e sbando lievemente e rischio di cadere, mentre il battito del cuore si rasserena e la donna scompare alle mie spalle. E scompare l'amore che provavo quando l'ho incontrata con lo sguardo. Ma è notte, non ci sono che puttane, passeggiano lente e ciondolanti sulle loro lunghe gambe nude, fanno finta di aspettare che passi il tram, anche se per altre 4 ore i tram non circoleranno, e ho ancora un faro d'auto puntato sulla schiena.
Ma è cambiata l'auto, è una luce diversa, nella notte un altra stella. Guardo in alto tra i palazzi, i due lampioni spenti mi permettono di vedere qualche luce nel cielo, le piccole scintille che brillano eterne e senza volere, esprimo un desiderio, farfuglio una preghiera, e non saprò mai che ho pregato un satellite costruito dall'uomo, e il mio desiderio si disintegra prima di raggiungere le nuvole, diventa polvere e mi ricade pesante sulle spalle, ancora illuminate da un faro.
E se mi fermassi, mi investirebbe la luce e poi l'auto? Che sarebbe di me? Riuscirebbe a frenare in tempo o mi scalzerebbe dalla sella facendomi piroettare lungo la strada? Qual'è la perversa parte di me che vorrebbe provare? Dove si nasconde? Perché vorrei trovarla e annegarla, farla sparire, perché mi cancelli il folle sorriso che mi si disegna sul viso, e mi fissa lo sguardo li dove prima c'era la strada e ora invece c'è una fantasia senza senso.
Voglio amare la vita, ricambiare l'amore che mi è stato concesso in dono, cederlo al mondo come il mondo l'ha ceduto a me. E se un faro mi segue nella notte, lungo questa strada, è perché sono il protagonista di un viaggio notturno, di un breve tratto di storia che per questo istante, per i prossimi due isolati forse o magari fin davanti a casa o fino a dove questi sentieri di metallo mi accompagneranno, per questo piccolo spazio di tempo, questa storia è mia.