Nome: Belial "...mi chiede chi sono:sono un operaio,vede,uno con le mani rovinate,un intruso,uno che ama la bellezza ma è troppo povero per essa,uno che deve sentire di essere odiato, per sapere che non è commmiserato...ma sono sciocchezze."
R.M.Rilke
NOTA: Ieri ho trovato questo 'racconto' in un mio vecchio taccuino. Tre anni fa dopo aver visto il film al cinema lo scrissi di getto, sfruttando alcune frasi che mi avevano colpito della sceneggiatura. Per questo motivo tengo a precisare che la storia NON è farina del mio sacco, così come alcune frasi e quasi tutti i dialoghi. Ho solo voluto riscriverlo e raccontarmi una storia secondo me significativa, con una bella morale. Credo che un lavoro del genere si possa chiamare Fan-Fiction. Per me è stato una bell'esercizio, mi è piaciuto rileggere e in parecchi punti riscrivere un brano vecchio di tre anni. Chissà che non stia arrivando il tempo che racconti qualcosa di mio...
Ovviamente chi non avesse visto il film potrebbe benissimo evitare di leggere quanto segue, risparmiando tempo e occhi, e godendosi un film una volta tanto originale. Agli altri intrepidi...Buona Lettura.
*****
“Non dimenticarmi”
Lo disse con le labbra che sfioravano le mie, dischiuse. Il suo fiato mi scivolò dentro e fu un'anima nuova. Lo disse con le mani tremanti, la voce spezzata dal freddo e dalla paura, gli occhi limpidi, il viso levato verso il mio, illuminato da una Luna che pian piano svaniva, il cuore ed il mondo...in fiamme. La guardavo come si guarda in un addio, mentre attorno a noi il mondo perdevo i colori, si sgretolava rapidamente e svaniva inesorabile.
Con gli occhi languidi, annegavo nel mare dei miei occhi, nel mare di lacrime che seguirono.
“Non dimenticarmi” disse ancora, stringendomi forte...poi si cancellò ogni cosa, lei compresa, lei, il ricordo, l'amore e tutta la nostra storia, perfino le sue ultime parole lanciate nel vento come un'ultima speranza, bisbigliate, lanciate lontano su un'ultima onda di fiato, nel buco nero del mio orecchio prima che si cancellasse, fino al cervello, e dalla mente al cuore:
“Ci vediamo a Montagh”.
Si spengono le luci, si spegne persino la notte e resta un buio che è molto più buio, perché manca qualcosa di davvero importante, la speranza che torni la luce. Ma contro ogni previsione la luce riappare improvvisa, come se non lo facesse da anni ed è mattina. E' mattina e ho aperto gli occhi.
Penso, pensavo. Ero, sono.
Mi alzo di scatto come seguito dall'eco di un incubo mentre fuori il mondo ronza fastidioso e buio, lontano, estraneo.
La testa tra le mani ronza come il mondo là fuori, mente lontana, estranea, dialoga col mondo la lingua dei folli, cerca parole che non trova, c'è solo un vuoto ronzante e insopportabile. Mi sembra di impazzire, di aver perso la ragione in una notte infinita, ma ho solo un brutto mal di testa.
Poi bagno, doccia, non barba, vestiti sgualciti, ingresso, chiavi e infine pochi passi verso la macchina. Tutto veloce, rapido come se fosse ancora un sogno, come se fosse ancora l'incubo, ma alla macchina mi fermo a pensare, osservandola attento. Poi viene la rabbia, vorrei picchiare qualcuno, gridare il mio disappunto, perché c'è una brutta ammaccatura che so per certo di non aver fatto (sicuro?). Vorrei giustizia ma resta solo l'umiliazione dell'impotenza e pochi soldi in tasca. Do' uno stupido calcio alla stupida macchina a fianco, perché sono arrabbiato, perché sono solo uno stupido...
Sono alto, dinoccolato sulle mie lunghe gambe, e le braccia mi pendono ai fianchi senza interesse, sono snello più che magro, cammino a spalle curve perché non mi va di sovrastare le persone con cui parlo, qualcuno dice che somiglio a Kurt Cobain, quello dei Nirvana sapete...quello che si è suicidato, magari gli somiglio davvero. Mi viene in mente quella canzone 'Something in the way', risuona nell'aria, nella mia auto ammaccata mentre mi dirigo alla stazione, per prendere quel treno grigio che mi porterà al mio grigio lavoro. Per un momento non ricordo neanche cosa faccio nella vita, e francamente non mi importa ricordarlo.
La stazione e i binari, il teatro dei sentimenti, i binari ed i treni fermi ad aspettare, il mio un binario ancora vuoto. Aspetto.
Una voce all'interfono dice poche parole che non sento nemmeno, ma le ripete una seconda volta, arrivano nella confusione e nel vento che ne disperde i suoni, le parole: “...treno per Montagh...”. Drizzo le orecchie: “ ..nario 4..” binario 4...Montagh. Un treno che partirà a momenti, un treno che in un giorno normale perderei. Non so cosa mi prende, comincio a correre come se fosse la cosa più importante della mia vita, arrivare a quelle porte scorrevoli prima che il destino le chiuda. Devo sembrare un pazzo, e forse lo sono, perché non so il motivo di quella corsa sfrenata tra la folla, perché mi lancio in un treno che porta dalla parte sbagliata...perderò il lavoro? Che Dio mi salvi, che mi spieghi cosa mi succede...
Dentro al treno mi appoggio a prendere fiato, un'emozione nata dal nulla si attenua pian piano mentre il treno si muove, mi siedo e aspetto di arrivare a Montagh.
Il gelo di quest'inverno ghiacciato mi investe come una pioggia di pugnali affilati, osservo il lago dinanzi, ghiacciato come l'inverno, come il mio cuore, e sento che quel luogo mi è appartenuto in qualche modo, deja vu forse, forse solo follia o forse è solo il freddo. Poco distante finalmente lo vedo, il mare, mi ricorda la mia infanzia, il mare scrosciante su pochi metri di sabbia che affonda nell'abbraccio gelido di una spiaggia innevata.
Sto qui che guardo l'oceano e l'oceano guarda me, vorrei non essere solo, mi sento solo.
'Pensieri sparsi, in un mattino di Febbraio' dice il mio taccuino nero. Poi poco distante un soffio di vento mi mostra una felpa rossa e larghi pantaloni chiari, capelli azzurri, assurdi, azzurri. Una sagoma di donna rivolta vero l'orizzonte segnato dal mare, le sue spalle nei miei occhi, in quelli di lei l'oceano sembra incantarla.
Potrei pensare di conoscerla, se solo ogni contatto col genere femminile non mi sia precluso da questa inutile incapacità di interazione...
Mi sento uno stupido, mi prende la rabbia, ma scivola presto dall'inchiostro della mia penna, mentre mi libero su quel taccuino che porto sempre con me.
Sono una persona molto calma, mando giù quasi tutto, quasi troppo. Molti pensano e dicono che io sia noioso, ma io non mi sento noioso, sono solo triste. Non mi sento vivere. Trascorro e basta.
Ma lei mi guarda adesso,solo un istante, una breve occhiata all'uomo seduto poco lontano, io. Si volta di nuovo verso il mare. Dentro di me il cuore accelera i battiti. Sto seduto sui gradini di una villa abbandonata che ricordo in pezzi, sulle gambe il mio taccuino, sopra ad esso le mie mani, e dentro i miei pensieri...sparsi.
Mi sorprende passandomi davanti sorridente, un sorriso per me. Ma è un sorriso di passaggio, un breve zefiro di vento che passa e va via.
Vado via anche io, come un soffio di vento.
Che motivo avevo di venire in questo luogo, sono pazzo semplicemente pazzo. E' la solitudine forse, che mi rende folle. Mi manca qualcosa, qualcosa di importante, lo sento nelle viscere, nel cuore, sento che manca e non so darle un nome.
Sul treno vicino al finestrino, scrivo solitario i miei pensieri inutili, solitari spruzzi d'inchiostro su pagine vuote. Poi la vedo di nuovo, capelli azzurri e felpa rossa con cappuccio, poche file più avanti, ancora quello splendido sorriso. Si ripropone fugace, leggero nel mio sguardo. Imbarazzato mi volto verso il finestrino, poi con mano timida e tremante, comincio a disegnare. La penna scorre veloce, lo sguardo rapido ne spia i lineamenti, la guardo e non la guardo, sono attimi, guizzi della penna sul foglio che pian piano mostra un ritratto, e infine lei è li, tra le mie mani, sorrido, e d'improvviso, lei è li, seduta al mio fianco. Chiudo il taccuino, mi agito, il sedile diventa improvvisamente scomodo, mi saluta. Avrò capito bene? Saluta me? Penso sempre troppo. Mi ripete il suo 'ciao' e stavolta il tono dichiara chiaramente che mi ritiene scemo o quantomeno un tipo strano. Ricambio il saluto farfugliando qualcosa, con un cenno della mano. Sorride ancora e mi guarda di sottecchi.
“Sei quello che era in spiaggia...mi chiamo Clementine”
“Joel” Uno sputo di fiato.
“Non azzardarti a prendermi in giro per il mio nome” Dice, e lo sguardo serio mi lascia confuso, non so che dire, formulo a caso:
“Non saprei come farlo” Faccio fatica a guardarla in viso, sembra che il mio volto sia calamitato dal finestrino e respinto dal suo.
“Lo fanno tutti almeno una volta, andiamo...non dirmi che non la conosci..” insiste e mormora una canzone che non trovo divertente.
“Davvero, lo trovo un bel nome....carino” Resto in silenzio e mi guarda, ansi mi fissa, due spilli di ghiaccio sulla mia pelle, due punte d'inchiostro, due pozzi immensi davanti a me, spalancati.
“Lo dici solo per tenermi buona”
Ha un tono gelido, non volevo, giuro non volevo, ma del resto cosa ho fatto? Forse è matta anche lei, capelli azzurri, felpa rossa, capelli azzurri in una spiaggia desolata di ghiaccio, forse è matta almeno quanto me. Il suo sguardo mi accusa, vorrei restar solo, è meglio che essere attaccati, ma dopo un'istante trovo il coraggio. Dov'era finito?
“Non volevo offenderti, credimi, non ci riuscirei perché...insomma...ti trovo carina, ecco” Chissà se sente gli ultrasuoni.
“Ancora quella parola...'carina'” Sente gli ultrasuoni.
Si allontana per un po', resto solo a non capire, deluso, scottato, con un ritratto tra le mani a cui non so dare un nome o una sensazione. Poi torna e non so cos'è più doloroso, se averla vista andar via, o vederla tornare.
“Scusa” dice “ti ho trattato male prima, scusami” Sembra incredibilmente triste adesso. Sorrido, i miei occhi non vogliono scuse, non ne hanno mai chieste.
“Oggi mi sento strana..come se..mancasse qualcosa...” si rabbuia un momento, e la sento più vicina di quanto potessi credere “Comunque...” continua “Mi piace il modo in cui tu sei 'carino' con me” Lo dice piano, pesando le parole, gestendo bene i movimenti della testa e delle mani, gli sguardi, una naturalezza perfetta in quei movimenti perfetti.
Perché mi innamoro sempre di chi dimostra un minimo di interesse per me?
Restiamo a parlare per tutta la durata del viaggio.
Il tempo passa e mi porta a casa sua quando con l'auto l'accompagno. Non so come comportarmi, ma improvviso e sono galante, non la tocco con un dito, lei ne è felice, sento di piacerle, che le piace come tutto si svolge tra noi. Mi lascia il numero scritto sul palmo della mano.
Torno a casa, vuota, grigia, evidentemente mia. Sembra che la vita sia passata di qui solo un momento e sia fuggita urlando portandosi via persino il ricordo di questo luogo. Prendo il telefono che non sapevo nemmeno di avere, compongo quello che resta del numero sulla mia mano, l'ultima cifra la scelgo e prego ad ogni squillo che sia quella esatta:
“Ce ne hai messo di tempo a chiamarmi” Dice all'altro capo del telefono e del mio cuore la sua voce.
Il giorno dopo stiamo insieme, il lavoro non importa, i suoi capelli azzurri sono quello che voglio, il suo sorriso, la notte in tutta la sua grandezza per fare l'amore. Sembra un sogno che non ricordavo, ho riso. Al mattino l'accompagno a casa e mi chiede se può prendere un po di cose e tornare da me, sembra non mi voglia lasciare sfuggire. Non le direi mai di no.
Resto da solo in auto sorridente e sereno, eccitato, finché un giovane bussa al mio finestrino. Ha lo sguardo contrariato, mi guarda perplesso, mi chiede:
“Ha bisogno di aiuto?”
Sembra preoccupato, io non capisco la domanda, ma rispondo che è tutto ok.
“Ha qualche problema?” insiste, e continuo a non capire, comincia a farmi paura. Una musica stridente copre la melodia che cantavo.
“No, ma che vuole?”
Il giovane fissa la porta in cui è entrata Clem, e mormora parole impercettibili. Se fossi capace di leggere le labbra oserei affermare che abbia detto 'Perché ti fai questo Clem?' ma non voglio esserne capace. Il giovane se ne va turbato, mi sembra di conoscerlo. Non so perché, non posso spiegarmelo, ma lo odio.
Lei torna in macchina con una borsa e la posta in mano. Una strana busta gialla ne attira l'attenzione. La apre e dentro c'è un'audiocassetta. Sorride divertita e curiosa e inserisce la cassetta nel mangianastri. Dopo pochi secondi la sua voce rotta dal pianto viene fuori dalla radio e racconta di aver deciso di farsi cancellare dalla memoria ogni cosa che riguardasse me e la nostra storia insieme, perché ero noioso, perché non la capivo, perché dubitavo di lei, perché perché perché...sembrano non finire mai. La guardo infuriato e confuso, il cuore in gola: “E' Uno scherzo?” mi guardo attorno aspettandomi una telecamera o una diavoleria del genere. Lei sembra confusa quanto me:
“Non ho idea di che diamine sia...” dice, ma dentro, un dolore alla testa, qualcosa che manca, lo sente anche lei, qualcosa che forse le hanno tolto per sempre.
Non so perché sono così infuriato, forse è paura: “Scendi!” grido. Mi sento preso in giro, ma in realtà ho solo paura, paura che sia tutto vero, paura di quanto si può essere stupidi a volte, folli. Vado via lasciandola nella nube di polvere creata dalla mia auto. Strada buia...lacrime, e la canzone più triste che possa offrirmi la radio in questo dannato momento: 'Everybody's gonna learn sometimes'. Arrivato a casa trovo una busta identica, gialla, contenente un nastro registrato. La mia voce racconta una storia orribile e mi ascolto seduto sul divano piangendo lacrime e barboun. Ho deciso di cancellarne il ricordo, il ricordo di lei di quel sorriso, perché non potevo sopportare il dolore di aver scoperto che lei avesse cancellato me. Solo che mi sono reso conto troppo tardi di aver fatto uno sbaglio colossale, perché ho lasciato che mi portassero via anche tutti i bei ricordi passati insieme, ho lasciato che mi portassero via la gioia cristallizata nei ricordi. Mi chiedo se mi sia per caso ribellato durante l'operazione, se abbia alla fine tentato di fermarli, ma indubbiamente invano. Non ricordo più nulla, sono vuoto come queste stanze. Il mio diario...una raccolta di fogli bianchi.
Suonano alla porta, ma il pianto arriva prima del trillo del campanello, è lei che mi implora di crederle, che non pensa affatto quelle cose incise sul nastro, la faccio entrare mentre la mia stessa voce riempie ancora la stanza, una voce rotta, disperata, cattiva, che su un nastro maledetto elenca tutti i suoi difetti, e, oddio, sembrano non finire mai.
Il suo dolore si tramuta in collera, adesso i ruoli si invertono, sono io a volere che non creda a quelle parole, perché appartenenti ad un'altra vita, a un 'me' che non ricordo nemmeno, ma lei non vuole sentire ragioni, corre via piangendo. Non voglio perderla ancora, se ci siamo incontrati quella mattina a Montagh deve significare pure qualcosa, ci siamo lasciati una traccia nel cuore, un sassolino, un granello di sabbia, per ritrovare la strada.
La rincorro fuori, il Sole splende oltre le nuvole ma noi non lo vediamo, sappiamo che c'è, perché comunque illumina il mondo, ci facciamo bastare la consapevolezza che è presente. Le grido di aspettare.
“Perché?!” mi grida di rimando, fermandosi.
“Proviamoci di nuovo” dico.
Lei sospira, le lacrime sembrano non arrestarsi, si mette una mano sul fianco e l'altra sotto il mento tremante: “Non possiamo Joel, finiremmo per ripetere tutto, io ti troverei noioso e tu ti stancheresti presto di me” sospira ancora, “E finiremmo con l'odiarci”
Mi avvicino lentamente a lei col cuore che batte all'impazzata, cercando di non lasciare scappare una sconosciuta che una volta ho amato e che ora non ricordo più. “Non è detto Clem...” la voce tremante tira fuori un sussurro.
Lei si lascia prendere la mani, mi guarda con gli occhi limpidi, quelli di chi non vuole dire addio.
“Si...ci stuferemo l'uno dell'altra...” dice, con gli occhi nei miei.
Non credo di aver sentito neanche le sue ultime parole, vedo solo i suoi occhi, vedo la gioia che può esserci per noi, il potenziale che abbiamo nei nostri cuori, nelle nostre mani che si stringono e che non si vogliono dividere. Non mi accorgo neanche di dirle: “ E' ok...” mi limito ad alzare le spalle, non mi importa se andrà male prima o poi, magari si ripeterà tutto, ma magari no. Lei sorride e capisco che si sta arrendendo. “...E' ok...” dice, e comincia a ridere, prima un singhiozzo nervoso, poi un riso liberatorio, mentre le si asciugano le lacrime sulle gote arrossate dal freddo. E rido con lei mentre dopo un tempo infinito torniamo ad abbracciarci, e dentro sento che finalmente sono tornato a casa.
Ferma un istante, resta a guardare
laggiù dove naufraga lo sguardo
nell'abbraccio di un verso di cielo
una nuvola che si tuffa nel mare,
guarda i dervisci che danzano lenti
la tenue luce che offre il ricordo
mentre si sciolgono i ghiacci del polo
mentre la terra muore bruciata dal sole
guarda come affonda Venezia tradita
la fame del mondo che ha sempre più fame
la pace che si appoggia sul male
l'orgoglio che mi spaventa
la legge termodinamica sfinita
di ripristinare un equilibrio infame
guarda come respirare la cenere
come si infrangono i rumori delle città
come annegano piccole fiaccole di umanità
come sia impossibile creare senza distruggere.
Ho trovato questo video su you tube, e ho pensato che fosse una buona idea rendere un giusto tributo a una storia che molti anni fa mi ha appassionato davvero e continua a farlo ancora oggi.
In rete di questi video ce ne sono parecchi, fatti da coloro che non hanno mai dimenticato questo videogioco (termine riduttivo a mio parere, ma, ahimè, appropriato). Ho pensato di linkare questo clip con una canzone che non conosco ma che a dire la verità comincia a piacermi (Lifehouse – Everything), perché mi è sembrato il più completo, anche se in giro ce ne sono un paio con 'Everything i do' di Bryan Adams che rendono lo stesso onore...
Final Fantasy VIII non è solo un gioco, è uno scrigno pieno di segreti e di storie, pieno di magie e sentimenti, è una storia d'amore, un'epopea attraverso il tempo e lo spazio. Potrebbe benissimo diventare un film per il cinema o un libro, e mi chiedo come sia possibile che ancora non l'abbiano fatto. In questo video si sottolinea proprio la tormentata storia d'amore tra i due protagonisti, Squall e Rinoa, lui orfano abbandonato a se stesso, che trova il suo posto in una scuola di mercenari, che non sa dar voce al proprio cuore e non ricorda quasi nulla della propria infanzia; lei sorridente angelo senz'ali, ama la vita e ogni sua forma, eppure porta con se un destino crudele, un marchio indelebile che la rende una strega. Nel mondo popolato di uomini e strane creature che fa loro da sfondo le streghe sono il nemico più crudele e più temuto, e per questo bandite e relegate per sempre in una gogna magica nello spazio. I due lottano insieme dapprima contro un comune nemico, poi si perdono quando lei viene posseduta rivelando i suoi poteri di strega, ma l'amore è più forte di ogni magia, e Squall l'aiuterà a ritrovare se stessa, con l'aiuto di quel folto gruppo di amici che rendono ancora più bella tutta la storia (Nel video viene dato un breve accenno ad un'altra storia romantica parallela alla principale ma più sfortunata). Durante questo lungo percorso la vicinanza di Rinoa riesce a scalfire e finalmente a schiudere il guscio che ricopre il cuore si Squall liberando il suo vero io.
Ma è anche una storia piena di eventi drammatici, la morte sembra essere sempre dietro l'angolo e sempre per un soffio i due riescono a scamparla, ma la nera signora può assumere aspetti inimmaginabili, e proprio alla fine quando la vera strega che stava dietro tutti gli eventi infausti della vicenda è stata sconfitta, ecco che nel viaggio di ritorno i due vengono separati da un beffardo destino. Squall si perde in un limbo senza speranza dove i sogni e gli incubi si fondono in un crogiolo di immagini orribili e paure. E il tempo che trascorre in questo luogo perso nel nulla sembra infinito, finché alla fine il dolore è così grande da sopraffarlo. Scende il buio, un corpo giace su un terreno fatto di fredda pietra, ed è quello che vede Rinoa quando finalmente riesce a ritrovare il suo amato, spinta dall'amore e dalla speranza. Paura, lacrime, ma poi l'abbraccio, il bacio delle favole, quello del risveglio, della gioia ritrovata. Esplode la musica sotto un cielo stellato...happy ending...
Parlo dei sogni, quelli che perdiamo e che cerchiamo da sempre. Ecco, io mi chiedo dove vadano a finire una volta che li abbiamo perduti. C'è forse una stanza in qualche piano dell'esistenza fatta apposta per raccoglierli tutti, come un vecchio ripostiglio per oggetti smarriti? Mi chiedo se esista un posto del genere perché forse lo si potrebbe trovare, come un vecchio baule che non vedevamo da anni, e ritrovarci dentro tutte le nostre vecchie cose, in questo caso i nostri vecchi sogni...e questi...vale la pena di ritrovarli, o è meglio lasciare che se li inghiottano le ragnatele e cercarne di nuovi?
Perché ci sono dei periodi della vita, che non abbiamo nulla da seguire e su cui fantasticare, non c'è quel filo rosso che teniamo stretto in mano nella speranza che ci conduca da qualche parte, non abbiamo nulla, solo un filo spezzato che non conduce da nessuna parte, e le mani occupate dalle speranze tradite, dalla noia e l'accidia, l'autocommiserazione e le false gioie della vita. Io non sapevo cosa avevo perso, ma ora credo di capire dopo tanto tempo che quello che si è perso lungo il cammino è proprio la magica ansia che accompagna ogni sogno, anche il più piccolo, e perdendo quello ho smarrito anche la mia fantasia. Si forse è così che è andata, è l'unica spiegazione che trovo. E non ci sto. (Qualche settimana più tardi...)
Ci ho pensato bene rileggendo le ultime righe, e credo di sbagliare quando penso di aver smarrito la voglia di sognare, i sogni o la fantasia, no non credo, piuttosto penso che come nella natura, dove niente può essere creato o distrutto ma solo trasformato, anche nella natura umana accade che la coscienza, o l'anima, o quella sostanza inesistente ma dotata di peso che chiamiamo sogno, a un certo punto si trasformi. E' più bello, e più giusto credo, pensare che sia questo che accade a tutti noi, anche se da bambino sognavo di essere Aktarus alla guida di Goldrake, i miei sogni da allora si sono, potremmo dire, ridimensionati alla realtà, così potrei sognare adesso di costruirlo io stesso Goldrake...
La realtà è che è passato del tempo da quando la mia vita si è divisa in due parti, un viaggio di andata ed uno di ritorno, ed è passato del tempo anche su questi fogli elettronici e su quelli cartacei che ancora mi sfidano, e la voglia di scrivere, anche se magari non è quella di una volta, è ancora presente, perché è parte di me, forse è solo cambiata, si è evoluta in qualcos'altro, chissà magari anche migliore. Per questo non ho più paura di aver perso qualcosa lungo la strada, e non voglio averne ancora, perché quello che ho perso è solo quello che nel cambiamento non ho riconosciuto.
Voglio laurearmi, questo è il sogno, ridimensionato forse, magari troppo coi piedi per terra, ma è un sogno che posso realizzare, e che può aprire la strada a tante altre cose. Voglio avere una casa mia, camminare a piedi nudi nei corridoi del mio cuore, sentirmi al sicuro, lasciare che la libreria che ho creato in tutti questi anni si liberi e mi circondi in un vortice di storie e di poesia, amare, amare ogni giorno. Voglio costruire la mia vita, non voglio fare l'astronauta, ma voglio ugualmente afferrare le stelle, me ne basta un pugno, per illuminare le cose che non vedo, o meglio che non riconosco, quando il tempo le cambia. (The Shins - The Past and the Pending)
Mi viene in mente una canzone, una melodia, un nome, la canterei per ore ed ore, la canterei finché ho fiato in cuore, ma sono note di un momento, che si perderanno nella semplice rima col vento, se ne vanno come uragani, dalle isole solitarie delle mie mani, tese ad aspettare un suono, qualcuno, un sentimento o almeno un pianto. Ho pensato oggi a un temporale, che lavasse via dalle strade, ogni male, quel tanfo nauseante, quei rumori senza requie, e di spezzare in un istante le catene che ci legano a nuove reliquie che venerare non serve, non serve un Dio che abbia un cuore di cemento, o un motore a benzina verde, non mi basta un Paradiso immaginato, vorrei anche qui, ho pensato, un granello di sogno disegnato, sul foglio di ogni giorno, sula data che sul muro, avanza verso un ritorno, un gesto, un posto sicuro.
Ho scritto una canzone, troppe rime per trovarle un nome, troppe cose da inventare per riuscire a non dimenticare ogni piccolo pensiero che da forma al silenzio, che circonda la mia stanza, tramutandola in acquario, una prigione, da cui non so fuggire, solo cantare una canzone senza suono...
Crocked Teeth
Sottofondo ---> Death Cab For Cutie - Crocked Teeth
Si forse avrei dovuto fare il dentista.
Ricordo che quando avevo tredici anni, e una scura peluria campeggiava tra il labbro superiore ed il naso, implicito presagio dell'aspetto 'scimmiesco' che avrei assunto non molti anni più tardi, frequentavo come i miei coetanei la terza media, e come la maggior parte di loro avevo già celebrato le varie cerimonie fatte di sontuosi pranzi e fede, ma più cibo che fede, ovvero comunione e cresima, la prima perché mi avevano detto che era giusto farla, e le catechiste vecchie e pazienti mi avevano quasi convinto, tanto che la seconda, la cresima, l'avevo quasi voluta io stesso. A quel tempo frequentavo la chiesa, credevo fermamente, ma sto divagando.
Dunque ero un tredicenne fatto e completo, con tutti gli accessori necessari, spirituali e non, e come tutti quelli della mia età in quel periodo di tarda Primavera, oltre a cercare con lo sguardo il mondo oltre le finestre della scuola, pieno di colori, pieno di palloni da calciare o amici da rincorrere e tutto il divertimento possibile, aspettavo che qualcuno facesse capolino nella mia vita indottrinandomi riguardo qualche faccenda del mondo degli adulti convincendomi a seguire una strada oppure un'altra, qualcuno magari che non fosse uno dei miei genitori, loro lo facevano da circa...si più o meno da sempre, ma non gliene faccio una colpa. Credo che sia normale.
Sta di fatto che a scuola in quel periodo giungevano come avvoltoi famelici -era questa l'impressione che mi davano- rappresentati di scuole superiori, pronti a sciorinare tutta una sfilza di belle parole sulla loro scuola, su quanti vantaggi avesse e quanto fosse utile per il nostro futuro. In realtà, ora che ricordo meglio, di questi signori avvoltoi in giacca e cravatta, ne venne solo uno, ed era quello che meno ci si aspettava probabilmente. Era un professore dell'istituto odontotecnico.
Era grassoccio e dall'aspetto nevrotico, parlava velocemente e sudava copiosamente, forse anche perché nel maggio siciliano sarebbe meglio evitare la tripletta camicia-giacca-cravatta. In poco più di un'ora ci fece vedere diapositive della sua scuola, ci parlò a lungo della professione che avremmo intrapreso di li a 5 anni, ci avrebbero preparato insomma a fare soldi....molti soldi, il succo del suo discorso era prevalentemente questo, e la cosa ovviamente mi convinse facilmente. Si certo, l'italiano, la matematica, la fisica eccetera risultavano un po' sacrificate, ma nella sua lunga presentazione sembrava quasi il contrario. Ma la cosa più strana è che alle parole di quel tipo di cui non ricordo più neanche il volto, io ci credo ancora. Credo che mia madre avrebbe dovuto prendermi sul serio quando quel giorno, tornato a casa, dissi:
'Mamma! Vorrei fare il dentista!'
Ma lei si limitò a sorridere e a dirmi che il mondo non poteva privarsi di un ingegnere del mio talento(non disse proprio così...licenza romanzesca e punto). Come controbattere, all'epoca non avevo nemmeno l'idea di cosa fosse l'ingegnere, anche ora ho qualche difficoltà a venirne a capo, anche se di fronte agli occhi mi si delinea l'immagine di un uomo sempre in bilico sull'ago della bilancia, che cerca di arrestare l'inesorabile caduta dei capelli per mezzo di null'altro che inutili imprecazioni, e che in generale sembra nel pieno corso di una mutazione genetica, la trasformazione nella consueta e riconosciuta immagine dell'ingegnere: un tipo grasso e pelato e pieno di soldi.
Ma c'è un errore, Un errore che purtroppo non è quello che speravo(Addio capelli, benvenuta ciccia!), la trasformazione forse è reale, forse la subiamo davvero noi che abbiamo varcato la soglia dell'Inferno Meccanico, ma ragazzi credetemi se vi dico che di soldi non se ne vede l'ombra, almeno da qui ai prossimi cinque o dieci anni. Sarà colpa del mondo che va a rotoli appresso a barili di petrolio ormai quasi vuoti, colpa dell'Italia che si perde tra grande fratello e veline e politici da palinsesto televisivo, o forse anche un po' colpa mia che magari non ho proprio tutto quel talento che credevano i miei (ma perché sminuirmi?), ma resta il fatto che quel giorno quello sconosciuto grasso e sudato come un maiale che passa nervoso davanti ad uno spiedo, quel maia...ehm...quell'uomo aveva ragione, io a quell'uomo gli credo...e invece comincio a non credere più nell'istituzione che presto con un po di fortuna avrò l'onore e l'onere di rappresentare.
Sembra quasi che, oltre me, le carie ce le abbia il sistema stesso, qualcosa di marcio che non si vede, che scava in profondità nell'intimo delle cose, rendendole fragili e traballanti. Mi chiedo come finiremo se non arriverà nessuno a spalancare le fauci dell'enorme mulo burocrate mangiasoldi che tira avanti la baracca e faccia il suo sporco lavoro. Io, nel mio piccolo, cercherò di fare il mio, meglio che posso, se me ne sarà data l'occasione.
il protagonista Andrew sta poggiato al bordo della piscina lasciando solo testa fuori dall'acqua. E Sammy nuota verso di lui fino ad affiancarlo.
A: "Sai quando arrivi a quel punto della tua vita in cui ti rendi conto che la casa in cui sei cresciuto non è più casa tua?" "Improvvisamente anche sei hai un posto dove mettere le tue cose l' idea di casa non esiste più."
S: "Io sto ancora bene a casa mia."
A: "Vedrai un giorno quando te ne andrai non ci sarà più...non potrai tornare indietro." "Come avere nostalgia di un posto che neanche esiste. Probabilmente è un momento di crescita, e non proverai più quella sensazione finchè non ti crearai una nuova idea di casa per te, per it uoi figli, per la tua nuova famiglia." "E' una specie di ciclo. Non so...è il concetto che mi manca..." "Forse una famiglia è proprio questo, un gruppo di persone che hanno nostalgia di un luogo immaginario."
Lei gli poggia la testa sulla spalla, con gli occhi chiusi, e dopo un lungo momento di silenzio dice:
S: "Forse"
Ho voluto riportare questo passo del film : "La mia vita a Garden State" di Zach Braff, perché credo che quello che dice in questa scena sia incredibilmente vero. Mi ha colpito quando l'ho sentita, del resto è quello che provo tutte le volte che torno a casa, nei due sensi, che sia nord o sud. Al momento non ho casa, e non è solo una situazione 'geografica', o il fatto che mi possa permettere l'affitto di una stanza o meno, il punto è proprio che non sento di appartenere a nessun luogo adesso, ma so che sia qui che dai miei ho comunque un posto dove tornare...ma un posto dove tornare non è forse un posto che possiamo chiamare casa? Lo so, mi contraddico, ma credo che la casa sia anche il posto dove sta il tuo centro, dove senti di essere vivo pienamente, senza sentirti diviso tra due mondi, senza essere spezzato nel cuore e nell'anima. La casa è un posto a cui appartieni e che ti appartiene, a cui ritorni e che non lasci mai veramente, è un posto nell'anima, un sogno ricorrente che si avvera ad ogni risveglio. Forse è la famiglia di cui parla il protagonista, forse no, forse è più semplicemente un passo della vita che bisogna superare, un momento di smarrimento dal quale ritrovarsi, per sentirsi a casa ovunque ci sia posto per noi e per l'amore che abbiamo dentro...e per quella dolcissima 'nostalgia di un luogo immaginario'.
Quando sono arrivato in questa città, tra le mani avevo pochi libri, importanti o meno, e tante ma proprio tante domande, così tante che non riuscivo a trattenerle e alcune son cadute e perciò le ho dimenticate. Ma nella casa dove andai a vivere c'era qualcos'altro. Non brillava al buio, anzi giaceva sbiadita su quel divano liso dal colore imbarazzante, l'aspetto le dava almeno vent'anni che poi si scoprì che erano addirittura trenta...e il plettro era trattenuto a stento dalle corde consumate. Era la chitarra del mio nuovo e primo coinquilino, o meglio era la chitarra di famiglia, e chiunque era passato in quella casa l'aveva almeno una volta sfiorata. Insomma quella chitarra almeno per pochi istanti era stata la 'voce', melodiosa o stonata che fosse, di un numero indefinito di persone. Inutile dire che il mio approccio con lo strumento non fu subito entusiasmante, quanto meno per chi era costretto a sentire i suoni sgradevoli e per lo più rumorosi generati dalla mia mano incerta e pesante su quelle vecchie corde scordate. Così la chitarra mi rivolse la parola per la prima volta, ma non fu memorabile. Dopo qualche mese, quando mi resi conto che, visto che lo studio era ormai una battaglia persa, potevo dedicare parte del mio tempo anche alla musica, oltre che sempre e solo alla lettura, alla scrittura o alle sane 'pippe' generazio-mentali tra amici depressi(=senza una donna).
Ho tormentato le pareti e i miei conviventi per molto tempo, nella convinzione che quei suoni terribilmente scollegati tra loro fossero davvero una melodia. Il fatto è che era una melodia che nasceva dal cuore e passava alle mie dita, che pian piano, mentre acquisivo manualità, diventavano più morbide di quelle corde, che di ricambio, rispondevano più dolcemente, senza 'gridare'; diventava così un dialogo musicale tra i sentimenti e l'aria intorno che presto mi rientrava nell'anima. Mi riempivo di musica e sentimento, ed era una bel modo di passare il tempo.
Forse è per questo che non ho mai imparato le tipiche canzoni famose, che tutti coloro che non suonano si aspettano che tu sappia, a memoria tra l'altro, solo perché hai 'imparato' a strimpellare una chitarra. Io invece preferivo crearla da me la musica, volevo che fosse mia, volevo esprimere me stesso, come facevo già con le parole. Credo che sia una sorta di deformazione professionale.
Così ho cominciato a scrivere i primi testi e le prime melodie. Sento ancora le risate...ma sono dolci ricordi ugualmente...
Quando ho lasciato quella casa, ho lasciato pure la chitarra, ma non ho dovuto aspettare molto perché il 'capriccio', o meglio il desiderio di un figlio, incontrasse il solito dolcissimo sacrificio di un padre, che ancora una volta chiuse un occhio sulla spesa e sul risparmio obbligato, concedendo un regalo pieno di affetto. Fu così che ebbi la mia personale chitarra, suonava meglio di quell'altra perché più nuova, ed è con quella che ho composto(oddio 'composto'...diciamo che ho messo insieme un po di note...se no mi tacciano di megalomania)quasi tutte le canzoni scritte negli anni successivi. Mi piacevano tanto, perché erano mie, erano espressioni delle mie emozioni, e suonarle mi faceva stare bene, mi distraeva o mi portava lontano, mi rincuoravano o divertivano, e solo io conoscevo la chiave di quella musica, il ritmo delle parole, il loro susseguirsi una dopo l'altra fino a comporre un verso, una strofa, il ritornello. Ho suonato in tanti momenti importanti, e suonavo per me stesso, ho suonato alla morte di mia zia, bagnando di lacrime le corde, ho suonato le volte che litigavo e stavo male o quando mi sentivo solo, e tutte le volte che ero così felice da voler cantare una canzone a squarciagola.
Un paio d'anni fa ho trovato in un negozio una chitarra acustica in saldo. E' stato amore a prima vista, ed era quella che suonavo tutte le volte che tornavo a casa abbandonando l'altra a Bologna. Aveva un suono più forte e più graffiante, faceva vibrare l'anima, ed era questo che più mi piaceva, suonare avvicinando la chitarra al petto e sentire le note vibrarmi nello stomaco, lungo la gola, nell'aria attorno, suonavo quelle corde argentee molto più dure di quelle che già conoscevo, fino a farmi sanguinare le dita a volte, suonavo con rabbia, perché il suono mi spaccasse il cuore e come una fenice esso risorgesse dalle proprie ceneri rinnovato e migliore. Non sentivo più i polpastrelli ormai coperti da duri calli, e dopo poco tempo facevo fatica a piegare la mano per 'afferrare' le note sul manico. Era tanto che non ci pensavo così intensamente, che molte cose di cui ho parlato ora le avevo dimenticate.
In questi mesi tante volte ho voluto suonare, ma ho sempre rimandato a un luogo più adatto, a tempi migliori, ma le mie chitarre sono poggiate a un freddo e umido muro di una cantina ormai da un anno, che non si direbbe che mi manchino così tanto.
Proprio come lo scrivere.
Aspetto non si sa che cosa, di uscire da questo 'limbo', di liberarmi l'anima, ma non mi accorgo che non è la mia anima ad essere imprigionata, sono io che vedo tutto a forma di prigione, una penna scarica e pesante, o una cantina inarrivabile,un cuore insonorizzato e chitarre scordate.
Ho voglia di suonare, di ricordare le canzoni che ormai son perdute, sperando non lo siano del tutto, e ricostruirle con stracci di memoria, per cantarle ancora a me stesso e non dimenticarle mai...
Mi sono seduto di fronte a questo schermo perché volevo raccontare una storia, un'amicizia nata un giorno di settembre e la sua evoluzione nel corso degli anni, niente di difficile, niente di speciale, ma anche scrivere quelle poche righe appare la cosa più difficile del mondo.
Lascerò qui solo il ricordo di quella stretta di mano data tanti anni fa...
Ci sono dei momenti di vero contatto tra le persone, momenti in cui ti accorgi davvero che con quel gesto hai suggellato un'amicizia sincera e duratura, momenti che purtroppo sono sempre di meno, sono sempre meno riconoscibili. Ecco, quando quel giorno ci siamo stretti la mano dicendoci 'arrivederci', senza la certezza che ci saremmo rivisti o che avremmo comunque continuato a frequentarci, quel giorno non lo dimentico.
E oggi, le pagine dei libri che studiavo allora da cento sono diventate mille, e i sogni che avevo allora da mille sono diventati cento, mentre io nonostante tutto viaggio ancora sullo stesso binario, in cerca di una stazione che sembra inesistente, tu invece sei saltato giù dal treno che ci portava insieme. Sei caduto o ti sei lanciato, sei comunque da un'altra parte nel mondo, non un luogo , non una distanza geografica quella che ci separa, ma un salto di parecchi anni e di parecchia responsabilità, che anche solo il pensiero quasi mi schiaccia.
Io studio un libro e mi perdo nei miei desideri fantasticando ancora sul futuro ritardandone l'arrivo, tu invece hai una figlia e ti sposi.
Non sei saltato dal treno per restare indietro, sei passato su un altro binario, diverso dal mio, lontano dal mio, chissà poi quanto...
E non posso fare altro che pensare a quella stretta di mano sincera, ai nostri sguardi che si sono incrociati, e dentro quegli occhi vedo un sacco di cose, vedo tutti i ricordi che ci siamo scambiati, vedo tutto quello che volevamo, quello che abbiamo preso alla vita e quello che abbiamo perduto, vedo oceani immensi di sentimenti prosciugati in un solo istante, perle di dolore cristallizzato sotto un sottile gelo di indifferenza, vedo troppe cose per poterle dire con le poche parole che Belial mi offre.
Vedo un amicizia che si è distesa su tutti questi anni e su quelli a venire come un abbraccio, come l'ombra di una falò estivo, o semplicemente come un paio di gabbiani che si rubano la scia, che danzano nel vento in attesa del tramonto e, spiegando le ali lungo la linea dell'orizzonte, volano lontano.