Nome: Belial "...mi chiede chi sono:sono un operaio,vede,uno con le mani rovinate,un intruso,uno che ama la bellezza ma è troppo povero per essa,uno che deve sentire di essere odiato, per sapere che non è commmiserato...ma sono sciocchezze."
R.M.Rilke
Alla fine ci siamo, e non posso non fare un post per questo.
Continua quella strana tradizione secondo cui tutti gli amici con cui lego di più prima o poi vanno lontano, dovrei averci fatto il callo, eppure lascia sempre quella sensazione indefinita, quell'amaro in bocca, il silenzio dopo l'ultimo 'ciao' che sembra riempire tutto lo spazio intorno e ti accompagna per ore.
E' stato divertente essere parte di questo viaggio, ma anche se ora le strade si dividono ci ritroveremo al traguardo, e alla fine forse è questo che conta. Fra qualche mese saremo tutti riuniti sotto lo stesso cielo, cambiati, cresciuti forse, e se tutto va bene festeggeremo finalmente questa sudatissima laurea. E allora non conterà quanto andremo lontano dopo, quanto siamo stati distanti, conterà solo quel momento, per ognuno di noi, conterà quello che ci ha portati li, le serate insieme a dire cazzate, il tempo perso a fare tutto fuorché studiare, le innumerevoli pause per il caffè nei lunghi ed estenuanti giorni in biblioteca, le battute sullo stimatissimo Cesare Razzaboni, i commenti a volte quasi al limite della decenza sulle ragazze (Buff), sui nostri compagni di corso fuori dall'ordinario, sui professori detestati, su tutto. Perché anche quei momenti, tutti quanti, sono stati una parte necessaria del nostro percorso, ci hanno aiutato a venire fuori dalle paranoie, dalla stanchezza, ma soprattutto ci hanno reso amici. E sarà bello arrivare alla fine insieme.
Certo...mi mancherà non avere qualcuno a cui rompere le palle con i miei problemi impossibili e spesso inesistenti, o consultare il Michelozzo nei momenti di bisogno ingegneristico-esistenziale, ma credo che me la caverò comunque (e poi male che vada c'è il telefono no?? Risata malefica).
Scherzi a parte, mi mancherai davvero.
Divertiti in America, fai vedere chi sei e porta alto il nome di Cesare Razzaboni.
Volevo dire molto di più, ma so che non sopporti i post troppo lunghi, quindi la chiudo qui, anche perché poi il tuo ego diventa grande come una casa e chi ti sente...?
Grazie per la pazienza che hai avuto...e per quella che avrai.
A presto Nywulf/Nyx/Michele
Il tuo amico rompipalle, fzz
Volevo mettere su questa canzone...mi sembra caschi come il classico fagiuolo...ma non l'ho trovata...'cidenti... beh visto che ce l'hai sicuramente ascoltatela già che ci sei...
Archive – Friend
P.S. Ti salutano anche il buon vecchio Tyrandel e SInn ovviamente (Emot si allontana asciugandosi una lacrima...)
"You're tearing me apart
Crushing me inside
You used to lift me up
Now you get me down
If I
Was to walk away
From you my love
Could I laugh again ?
If I
Walk away from you
And leave my love
Could I laugh again ?
Again, again..."
Le strade di fuoco, i cieli appesi, lampade infrante, la musica spacca i silenzi, in questi lampi di fiamme, mentre danzano le tribù dittadine, mentre il mondo crolla attorno, mentre il mondo brucia...e brucio anche io.
Questa canzone mi piace moltissimo...il video non merita neanche commenti ma questo passa il convento.
Penso a cieli di cenere, alle ombre lunghe della sera, orologi rotti, e a pagine strappate portate dal vento. Penso al senso di questo momento, all'inutile scorrere di ogni istante di questo piccolo straccio di tempo, penso a macchie d'inchiostro su uno straccio di tempo, a pillole bianche e sottili, a gocce di morfina. Penso alla morte che prima o poi viene, alla vita trascorsa, al tempo perduto, gettato, già, come uno straccio, al silenzio di un funerale, alle comicità nascoste della funzione, penso alle persone che non ho mai conosciuto, che si arriva tardi a volte, che a volte non si arriva da nessuna parte. Penso che questo discorso non arriverà da nessuna parte o forse dovunque.
Penso a quello che avrei voluto dire, ad anniversari compiuti e a quelli che si compieranno, ai circoli di una foglia che cade e cadendo danza nell'aria, e cadendo è come una poesia. Penso al caldo che fa, a come si sciolgono i pensieri, slegandosi nelle fila, sciogliendosi in un fiume di immagini, fotografie e ricordi, poster e vecchi quadri, affreschi sbiaditi in una chiesa diroccata ai confini del mondo.
Se fossi capace scriverei mille storie, ma invece sono solo voce, la voce di un pazzo che grida al silenzio di una stanza, nella notte più calda della memoria, allo schermo pallido di questo computer, parole informi, parole come nuvole di un cielo di cenere.
E' il frutto della noia, della libertà che concedo alla mia fantasia. È la voglia che prende il sopravvento su tutto il resto, che prende l'istante e lo rivolta come un guanto, è la foglia che si stacca dall'albero e vola via silenziosa. È un po' tutto, eppure non è niente, è per me soltanto e un po' per chiunque. Sono liane appese con cui dondolarsi nella foresta intricata dei pensieri, come scimpanzè ammaestrati, buffi umanoidi pelosi dotati di libero arbitrio, imprigionati nella ragione. E' questo, nient'altro, un modo di riempire uno spazio, un buco nel tempo da ricucire. Il ritorno di fiamma che incendia l'essenza. O forse solo un gioco, una ragnatela.
Si spezza la punta della matita, e' così che finisce. Mi invento una matita dalla punta spez
Anche questo tentativo è andato male....vorrei ascoltare 'Failure' dei KoC, 'Fuck you' degli Archive insieme... per ora lascio questa canzone, giusto per puntualizzare che da oggi volente o nolente sono in vacanza...
Ci sono delle volte che è meglio non scrivere, lasciare che il silenzio inghiotta tutte le cose più buie, i malesseri, i malumori, i momenti neri, certi pensieri cattivi, distorti, sinceri. Si dovrebbe portare dentro quel grosso mattone e lasciarlo lì sullo stomaco, digerirlo col tempo, cullarlo e sperare che presto scompaia. Ma la realtà è che poi non scompare, ma cresce fino a diventare una parte del corpo, un tumore, un'anima nera, che copre quanto prima è esistito. E non vedi via d'uscita.
Volevo raccontare, scappare nel mondo dove posso essere, ma le parole non sono venute, nessuna nave d'inchiostro è salpata dal porto delle mie mani, ferme immobili, isole di dispiacere, si adagiavano nell'alta marea del mio sguardo, nello schermo impoverito di pensieri e colori; nell'atollo solitario della mia paura è naufragata la voglia, insieme col cuore.
Ho sempre e solo voluto che fosse più semplice, ma non si impara mai abbastanza, c'è sempre un'impreparazione in agguato, un'insufficienza inaspettata, a volte un merito non pagato. Mi resta solo questo momento, questo piccolo ritaglio di universo, su cui scrivo queste poche parole, per dirle al vento, neanche a me stesso, ma solo al vento, che le cancelli al volo, nell'istante che segue il battito di ogni singolo tasto.
La Luna è sempre più grande, campeggia imponente sui nostri cieli neri di stelle invisibili. Il rogo delle città e dei sentimenti cancella quelle piccole fiaccole inutili e pallide, ma resta la Luna, enorme pallone macchiato d'inchiostro, un viso emaciato, un occhio socchiuso e cieco, un buco, nel quale cadono i momenti come gocce di rugiada dal petalo di un fiore, cadono i momenti, i miei momenti, come lacrime calde, in un calderone magico, da cui aspetto e spero un sortilegio, qualcosa, un incantesimo necessario e dirompente, una fantasia finale e corroborante, come un abbraccio. Vorrei chiarezza e spessore, libertà, barba e pensiero, favole antiche riportate alla memoria, silenzi, i canti dei poeti. Vorrei...rieccoli i 'vorrei'...e io che credevo di averli perduti...
Sono un bugiardo, questo momento è una bugia, e lo è tutto il resto. Mi si chiudono gli occhi, il sonno mi salva, interrompe questo fiume di malinconiche bugie, o verità velate....meglio così, meglio il silenzio, un naufragio notturno, e forse un sogno, sperando sia quello talmente bello da riempire tutta la notte, ma che al mattino poi, aprendo gli occhi, dimentico.
NOTA: Volevo festeggiare la millesima visita con un post più incisivo, più importante diciamo, ma il tempo e gli impegni, l'accidia e la noia, mi impediscono al momento di scrivere qualcosa di meglio. Giusto per tappare questo buco di giorni, che altrimenti resterebbero silenziosi e senza storie, ho pensato di pubblicare la seconda parte di quel brano che ho già postato poco tempo fa (magari dare una ripassata a quello può essere utile...). Nella speranza che sia di gradimento e che vi strappi almeno un sorriso, auguro a chi ha intenzione di leggere, buona lettura...a tutti gli altri faccio i complimenti per l'ottima scelta di impiegare meglio il proprio tempo...
Il Conte De Fenestrato finì la sua fredda e liquida cena in pochi secondi, e si ritrovò sporco di brodo di pollo e pezzi di pollo e piccole fibre nere di calzino, mangiava come una furia, come un maiale addestrato a fare il porco, e alzando la mano fece un cenno sbrigativo al suo fedele servitore. Armando si chinò leggermente col tovagliolo già pronto e gli pulì per bene il mento bavoso e appiccicoso.
“E fai piano!” farfugliò il Conte da dietro la stoffa ruvida...
Dopodiché si lisciò i baffetti che ora, essendo ben unti, facevano due rotelline degne del loro nome.
“Domani” disse poggiando entrambe le mani guantate sul tavolaccio, “Farò qualcosa di straordinario...”
Armando, che sebbene fosse vecchio e rincitrullito, aveva buona memoria, sapeva che ogni sera il Conte diceva la solita cosa, per poi propinargli un' altro perfido quanto sgangherato piano diabolico, e come sempre fece la sua parte, perché il Conte non sopportava che gli altri non dimostrassero interesse per lui o le sue idee, e gli 'altri' nella sua lugubre vita, erano Armando e il suo amico invisibile, Caffone, e forse l'amico invisibile di Armando, se ne avesse avuto uno.
“Cosa farete signore? Forse ruberete ancora il Sacro Libro delle Parole Non Dette?” 'ruberete ancora' era un modo carino per non dire 'tenterete ancora invano per l'ennesima volta di trovare quel dannatissimo libro?'
“O forse rapirete ancora una giovane fanciulla vergine, e le defenestrerete dalla finestra più alta del Castello Traballante?” 'Rapirete ancora' era un modo come un altro per dire 'rapirete ancora una giovane fanciulla e tenterete invano di defenestrarla senza essere invece defenestrato voi stesso ancora una volta, di nome e di fatto, causandovi innumerevoli fratture e procurando al sottoscritto una mole di lavoro di soccorso che non ho né l'età né la voglia di fare??'
“O forse ancora....”
Il Conte lo interruppe presentendo una sottile forma di sarcasmo nella sua voce tremolante e soffocata dagli anni.
“No mio inutile servo...domani farò qualcosa di davvero straordinario...” e sottolineò la parola 'davvero' con un evidenziatore inesistente che finse di avere tra le mani, mimando nell'aria la mossa di evidenziare qualcosa, e nell'euforia finì per evidenziare anche un pezzo di 'straordinario'.
“Domani andrò in città” Armando trasalì impercettibilmente a quelle parole, e strinse i pugni dietro la schiena ricurva. L'ultima volta che il padrone era stato in città era stato pestato, lapidato, picchiato, ustionato, pugnalato, punto, percosso, manomesso, urtato, bagnato, arrestato e infine e per giunta, defenestrato.
“Ma signore...” osò intromettersi Armando: “l'ultima volta che siete stato in città, siete stato pestato, lapidato, ustionato, pugnalato, punto, percosso, manomesso, urtato, bagnato, arrestato e infine e per giunta, def..”
“Basta così!” Tuonò il Conte, “Ricordo ogni cosa e ogni volto senza che tu me lo debba ricordare con quella voce stentoera e quel faccione bavoso!”
“Forse intendete dire 'Stentorea', voce Stentorea...”
Il Conte diede un forte schiaffo al suo servo, che si portò la mano al viso, tenendolo basso, col mento sul petto, gli occhi chiusi dal dolore e dalla vergogna. “Chiedo perdono mio signore” mormorò Armando a mezza voce.
“Non ho sentito..che hai detto?”
E sottolineò la parola 'hai', che come sapete è un verbo, chinandosi verso il suo servo e allungandola con un tono minaccioso e beffardo.
“Chiedo perdono mio signore.” disse a voce alta Armando tenendosi ancora il viso come se si fosse rotto e gli fosse caduto per terra se l'avesse lasciato.
Il Conte sorrise e tornò a sedersi comodamente sul suo scranno di legno intarsiato.
“Bravo mio umile Armando, mi compiaccio.”
Armando restò in silenzio e si limitò ad un leggero inchino accondiscendente.
“Dicevo, prima che mi interrompessi, che domani andrò in città...e farò qualcosa...”
Armando, che era un po' tardo, o forse solo dotato di un grande senso dell'umorismo decisamente fuori luogo, sollevò il capo, tenendosi ancora la guancia in fiamme, e disse: ”Qualcosa di tremendo!”
Il conte si alzò di scatto pronto a menare un altro colpo sul povero vecchio indifeso e ciarliero, che si chiuse a riccio proteggendosi con le braccia. Ma non fu colpito, il Conte si avviò verso la finestra imbrattata e opaca, e continuò:
“Farò qualcosa di buono.”
Lo disse come se fosse un lungo sospiro e nel salone calò un silenzio strano, sognante, non che prima vi fosse baccano o magari una festa o rumori provenienti da fuori (il conte non aveva neppure vicini...) ma un silenzio denso di quell'ultima frase, del significato che poteva portare, della sorpresa di Armando, dello sguardo profondo del Conte che si perdeva oltre quei vetri opachi, e i monti innevati, e gli alberi scarni e la Luna arrancante su gradini di nuvole, fino alla valle di OgniDove, alla città di PerdiTempoli, nelle finestre delle case, ogni singola finestra di ogni singola casa, era nello sguardo del conte De Fenestrato.