Nome: Belial "...mi chiede chi sono:sono un operaio,vede,uno con le mani rovinate,un intruso,uno che ama la bellezza ma è troppo povero per essa,uno che deve sentire di essere odiato, per sapere che non è commmiserato...ma sono sciocchezze."
R.M.Rilke
E' sottile, è impercettibile eppure fa male, ma non è dolore vero, è solo una pagina bianca che è stata saltata, uno sguardo non colto, un sussurro che non ho sentito. Ci sono finestre aperte su cieli neri di pioggia, e la pioggia entra ed entra il lampo e poi pure il tuono, è un rombo assordante, è un oceano che invade la mia stanza, e mi trovo in un mare, sto navigando su mari sconfinati, sono su una nave fatta di carta, e il mare è l'inchiostro che dalla carta si è sciolto, tutta la mia vita increspata da migliaia di onde bianche di schiuma. Sono bollicine in un bicchiere, è un gusto frizzante, è un sollievo eppure fa male, ma non è un dolore, è piuttosto un ricordo che non si riesce a trovare, è una musica che vorrei liberare, ma invece è lei a tenermi prigioniero, è un amore contrario, è 'ti amo' detto al contrario, è sbagliare, è solo una virgola che non c'entra nulla nel contesto della frase, è un apostrofo rosa tra parole che non ricordiamo, che non sappiamo nemmeno di avere, qui tra le labbra, è un brivido, un bacio che non diamo. E' sottile, non si riesce nemmeno a vedere, è solitudine in mezzo alla gente, è un buio coperto di bianco, è un ossimoro che non capiamo, è silenzioso come uno sguardo, mi trovo nella direzione di uno sguardo, è l'amore che mi sfiora e non ne colgo l'origine, perdo gli assi del riferimento cartesiano in cui vivo, perdo il punto singolare, resta la ragione al suo minimo, la derivata nulla dell'esistenza che si curva come una parabola, resta da sperare che ci sia una risalita dopo il prossimo fondo sfiorato.
E' un arpeggio, un suono di piano, il riverbero di una nota che si protrae lungo quel che resta della melodia, è una nota dolente, ma non fa male, poiché non è dolore, è solo dolcezza che scivola dentro, che batte le ali nello stomaco, lo sfarfallio che ci cambia la vita, e poi sale lungo l'esofago, si diffonde nei polmoni, è aria, e arriva fino alle labbra e poi resta inesplicato, è quello che conta in questo momento, è pazienza e ansia, è inconcepibile e vero, è un sogno, una linea sottile, su cui sto in equilibrio cercando di non cadere.
Forse è quello che sono veramente.
E questa musica che mi accompagna trova il suo titolo tra le parole, lo trova nel cuore, ed è ancora più dolce da ascoltare, perché cancella i battiti che mi legano alla realtà e mi rende libero, mi disperde nel mondo. Sono musica e sono vento.
Sono musica...e sono vento.
Nota: finalmente dopo parecchie settimane posso collegarmi, e visto che è una vita che non scrivo un post, ho pensato di pubblicare subito questo, anche se risale a un paio di settimane fa, in attesa di qualcosa di nuovo. Ciao, e alla prossima...
Ho appena finito di leggere uno dei libri più belli tra quelli letti finora: la trilogia 'Queste oscure materie' di P.Pullman. L'ho finito appena adesso e vorrei avere qui tra le mani il primo volume e ricominciare a leggere, riavvolgere la cassetta e riascoltare una musica che mi ha fatto battere forte il cuore e l'ha stretto in una morsa, che mi ha commosso, che ha lasciato un segno nei miei ricordi e nella mia fantasia. Ci sono storie che vale davvero la pena di leggere, e di scrivere quando se ne ha l'occasione. Ho scoperto un mondo, anzi, migliaia di mondi, creature di ogni tipo, e angeli e animali parlanti, e persone di ogni razza e credo religioso, ma tutto era legato insieme dal filo rosso dell'amore, che pervadeva ogni cosa, che era ovunque, come la Polvere. Ho visto un mondo dove ogni persona ha il suo Daimon, un animale di razza qualsiasi tra le innumerevoli della natura, che non è altro che l'esatta metà del suo 'padrone', o meglio, ogni essere umano è il suo Daimon e viceversa, e nessuno può esistere se l'altro non vive. Non è che quella che noi chiamiamo anima, se ce la togliessero infatti rimarremmo vuoti, aridi, o moriremmo, solo che in quel mondo immaginario, ogni uomo vive con la propria anima a fianco e non se ne separerebbe per niente al mondo, e quell'anima è il Daimon.
Ho letto una storia d'amore dolcissima, un'avventura senza precedenti, un viaggio appassionante, guerre senza quartiere, morti gloriose e salvifici riscatti morali, ho visto pentimento e rabbia, gioia e dolore, addii e ritorni, volti riaffioranti dai profondi abissi del tempo, ho visto sorrisi che cercherò in tanti altri libri, ho imparato tanto e ho voglia di imparare ancora, e tra tutte le cose, mi chiedo, mentre sognante chiudo il libro, se esiste davvero un Daimon per ognuno di noi, che non ci renda mai soli, che ci completi, e se mai in tutta la mia vita potrò avere la fortuna di vederlo.
'Queste oscure materie':
La bussola d'oro
La lama sottile
Il cannocchiale d'ambra
Ai fortunati che avranno voglia e tempo di leggerlo: buona lettura.
E adesso? Mi aspettano ancora un fantastiliardo di storie...
I ricordi che ho di mio cugino non sono molti, direi quasi che sono troppo pochi ma è quello che la vita mi ha concesso, e lo so accettare. Del resto sono tante le persone che avremmo voluto frequentare, conoscere meglio, ma non ne abbiamo mai avuto la possibilità. Che dire...è la vita, credo che funzioni così, come in tante altre cose. I ricordi che pero conservo di lui sono sempre dentro di me, più di tanti altri con altri parenti, magari più vicini, più presenti nella mia infanzia.
Ricordo che quando ero molto piccolo - tanto che i ricordi sono sbiaditi, istantanee di un tempo lontano, vecchie diapositive -, nonostante fossi così piccolo, lui insisteva nel volermi far fare un giro sul suo vespone bianco, quello con le marce e il freno a pedale, e tutto il resto. Mi faceva mettere in piedi sulla pedana, con la mia testa che superava a pena il manubrio, e a volte mi faceva tenere la manopole e le sue mani sulle mie rendevano quel breve tragitto un viaggio sicuro, un' avventura formidabile per un bambino di allora. Facevamo quel breve tratto di strada sterrata che attraversa la campagna che era di mio nonno ed ora appartiene a mia madre e a mio zio, io ridevo felice, sentivo le piccole pietruzze sbalzate via dal peso dei copertoni, il vento tra i capelli, vento d'Estate, l'Estate dell'Innocenza. Era l'unico cugino che ci tenesse a farmi divertire, gli altri badavano solo a prendermi in giro o a vedermi attirare l'attenzione. Lui era diverso, non so spiegarlo, era una sensazione, era l'unico cugino che non vedevo quasi mai, ma gli volevo bene, e col passare degli anni le cose non sono cambiate, anche se lui è andato a vivere a Milano e le nostre famiglie, un tempo unite, per molti anni si sono separate. E ricordo proprio in quel periodo, che coi miei zii non ci parlavamo, lui venne a trovare la mia famiglia fin da Milano, con la sua, con la sua bella e forte moglie, e il piccolo bimbo che avevano adottato. Ci disse che gli dispiaceva della situazione, ma che per lui non c'era nessun rancore, nessun problema, e voleva bene ai miei genitori e a noi cugini. Mi stupì la sua dolcezza, la fermezza, quella bontà e quell'umiltà che nelle persone sono purtroppo merce rara. E quando andò via quella sera ricordai coi miei quei giorni dell'Estate che mi portava in vespa, e i miei sorridevano, e quella sera pensammo che sarebbe stato bello far pace, rimettere insieme le famiglie. E da molti anni ormai le cose sono tornate a posto e tutte le Estati lo vedo arrivare con moglie e figlio e cane al seguito, e ho sempre piacere di vederlo, perché mi riporta un piccolo pezzo d'infanzia che non ho mai dimenticato.
E ora mio cugino è in una sala operatoria, per la seconda volta in due giorni, per l'ennesima volta in due anni, lo aprono e lo richiudono come fosse un fantoccio e non un essere umano, da anni vive appeso ad un filo sottile, da anni pensavamo che il miracolo di quella notte l'avesse salvato per sempre, ma ora eccolo lì tra le mani guantate di un medico che ormai ha a cuore il suo caso, che come tutti ormai, penso, gli vorrà bene, perché è davvero facile volergli bene a mio cugino. E penso che sarebbe un vero miracolo, se il miracolo si ripetesse due volte, e se lo potessi vedere ancora l'anno prossimo, forse più magro, forse più stanco, ma vivo, e magari un giorno avrà ancora una vecchia vespa, e porterà suo figlio a fare un giro come faceva con me quando era ragazzo.
Nessuno merita di morire, almeno il più delle volte, ma ci sono persone che meritano di vivere, e non di soffrire in questo modo, mi sembra ingiusto, ma forse è così che deve essere, come dicevo, è la vita: è amara e dolce, è un freddo cuore di cemento che ci portiamo dentro, ma che batte sempre, anche se il peso lo schiaccia, anche se è appeso ad un filo sottile, e dondola scandendo il tempo che ci rimane, e ad ogni oscillazione ci si ferma il respiro; è l'emozione, è l'amore o la passione, è tutto, tutto è dentro di noi. E' un miracolo, come quello che, umilmente, chiedo per lui, che ha ancora così tanto da dare, che sia anche solo un ricordo, un altro ricordo ancora...
Hai tolto tutti i colori dal mondo, e lasciato solo il rosso del sangue, il mio, sulle mie mani, nelle mie lacrime. Si lava via il trucco, la grigia maschera che ora scompare, sotto la pioggia di lacrime e sangue, e mi togli la parte che recitavo, mi togli la vita che mi sforzavo di vivere. Non resto né attore né astante, resto in disparte dalla commedia e dal mondo, inutile riassunto di storie incompiute...
E adesso mi togli anche le parole.
Prenditi tutto, ma lasciami uno straccio di tempo per asciugarmi il viso, e guardare ancora avanti, al domani che si fa sempre più distante ed incerto.
Un anno fa ero in questa stessa stanza, con il cuore che batteva all'impazzata, e la mia vita ad un bivio.
È passato un anno, e sono cambiate un sacco di cose. Si alla fine sono rimasto, ma il cambiamento è avvenuto comunque, è stato interno, e poi si è riversato sul mondo come lo conoscevo. Quella che prima era una sistemazione temporanea ora assume le vere e proprie fattezze di una camera da letto, la libreria, o almeno ciò che resta, quello che ho raccolto in un anno, mi osserva dalla parete, e guardandola mi sento al sicuro, sono a casa, nel mio piccolo pezzo di mondo.
Per mesi ho coltivato un buio silenzio. L'incertezza, la confusione o la paura mi hanno reso muto, incapace di esprimere la più semplice emozione, ma di quel tempo senza volto ho già detto abbastanza. Poi qualcosa si è mosso, è stato un verso, una poesia, o forse una chiaccherata con un amico, una passeggiata, un sorso di vino oppure un viaggio, non so, ma qualcosa si è sbloccato, qui dentro al cuore, è a quel piccolo angelo caduto ho dato nome Belial, e gli ho chiesto di parlarmi, di raccontarmi una storia, qualsiasi storia. E ora eccomi qui, nella notte che gli appartiene ad adempiere l'ultimo atto di questa commedia, a risolvere l'ultima cosa lasciata in sospeso, da quella terribile notte di Settembre, l'ultimo foglia dell'albero: Il taccuino.
Fino a pochi giorni prima ne avevo tenuto uno, l'avevo finito e messo da parte, infine ne avevo acquistato un altro, con la promessa che avrei avuto pazienza, e su di esso avrei scritto la mia vita in un mondo lontano, la nuova vita che mi attendeva in un altro paese. Ero e sono convinto ancora delle parole del mio maestro Rilke, quando dice che per poter scrivere un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose...ecc..per questo vedevo in quel taccuino e in quello che vi avrei scritto, l'inizio di quella ricerca interiore, di quello studio profondo dell'esperienza e dell'anima, che mi avrebbe un giorno lontano condotto sulle rive di quel 'verso che valga davvero qualcosa', sulle sponde di quell'isola solitaria che è la 'rarissima ora'.
Ma poi è cambiato tutto, e il taccuino è rimasto inutilizzato, coperto di polvere, su uno scaffale di ricordi non vissuti. E non ho mai avuto il coraggio di scriverci sopra, perché non avrei potuto scrivere quello che avrei dovuto, nei primi mesi più che altro perché non avevo niente da dire. E' rimasto così per un anno, conservato in un cassetto dell'anima.
Ma ora la voglia di scrivere è tornata, eccola è qui tra le mani che si muovono rapide e sicure, è qui su queste pagine elettroniche, sullo schermo dei miei occhiali, nella penna come inchiostro, e ho bisogno di un taccuino su cui prendere i miei appunti.
Ho deciso di prendere un impegno in questa strana ricorrenza, darmi un anno di tempo per scrivere quel racconto che non ho mai scritto, che sta qui dietro l'angolo, ed è nato oggi in un momento qualsiasi di scuotimento estatico, in un turbine di fantasia e stile, un vortice che mi ha portato via.
Voglio provarci, il tempo è in debito con me di un intero anno di storie, saprò riprendermele una ad una, plasmarle, raccontarle, e magari, chissà...viverle.