...una linea d'inchiostro verso il mattino...

Eccomi

Utente: Ghismou
Nome: Belial
"...mi chiede chi sono:sono un operaio,vede,uno con le mani rovinate,un intruso,uno che ama la bellezza ma è troppo povero per essa,uno che deve sentire di essere odiato, per sapere che non è commmiserato...ma sono sciocchezze." R.M.Rilke

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lunedì, 28 aprile 2008

Prigione

(Autunno)
Essere fuori da se stessi.
Pagine bianche di un quaderno che non scrivo. E vorrei solo rubare un po' di tempo, prima di ogni parola, una sola rima col cuore, mi basterebbe una parte del giorno, quel che ne resta, quando alla sera il fiato spegne l'ultima candela. Non sentire la fiacchezza, rubare quel tempo e portarlo lontano, difenderlo, farne parte. Ma non c'è tempo per noi, il tempo è l'illusione che ci lasciano afferrare quando ci affacciamo sulla finestra del mondo, e ne riscopriamo la bellezza ormai lontana. E' una prigione, ma almeno mi danno da mangiare.

Postato da: Ghismou a 19:46 | link | commenti
scrivere, riflessioni, vita

mercoledì, 23 aprile 2008

Passioni Riconsiderate

Il tempo, prezioso e perduto, diamante stretto in un pugno, che sanguinante e ferito si apre e lo lascia cadere, e si perde ancora, prezioso com'è, si perde per sempre e guadagna valore.
Penso alle parole di Thomas Elliot quando recita:

“Ora penso
che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi
e varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni,
e che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia
quando la nostra attenzione è distratta,
e che quanto ci dà lo dia con turbamenti
così lusinghieri che il dato affanna ciò che si desidera.
E ci dà
troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora ci crediamo,
soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate.”
(Gerontion)

Già, eccole, qui tra le mani mentre i giorni scorrono lenti e la noia li colora di grigio, mentre soffia un vento potente che mi fa dimenticare di avere vissuto, eccole le mie passioni riconsiderate, ciò che ho sempre desiderato fare, sbiadito dal troppo tempo trascorso, dal vento della 'storia'. Sono incosciente, pallido. La mia pelle bianca un offesa al tiepido Sole di fine Aprile.

“Aprile è il mese più crudele...” dice Elliot, si non è mai stato così crudele, a piovere insistente sulle mie palpebre chiuse, sulle mie labbra socchiuse in cerca di parole, su tutti i miei momenti annegandoli, nell'accidia, nella noia, nel nulla. So fare parole, ma non le so dire. É un meccanismo inceppato che sente il peso degli anni. Rileggo a volte quello che scrivo. E' banale, sono io, sempre io.
E il tempo si distende, si lascia guardare per bene, mentre mi scivola tra le mani, come un lungo vestito di seta sul corpo di una donna bellissima, si lascia cadere tra le mie braccia, come in un ballo improvvisato in una notte silenziosa, mentre in cielo vibrano le stelle la loro melodia senza fine.
Si distende il tempo/donna, e ci allontana, te e me, che ora viviamo in modo differente. Siamo ciechi forse, amanti perduti in un labirinto che si cercano, e si trovano poi, come due granelli di sabbia nel collo di una clessidra che si sfiorano solo nell'ultimo splendido istante. Manca qualcosa, mancano le parole...

“E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
ne sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne
strascicate sul pavimento -
e questo e tante altre cose -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno
dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
se qualcuno, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle
e volgendosi verso la finestra, dicesse:
'Non è per niente questo,
non è per niente questo che volevo dire.'”
(Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock – T. Elliot)

Postato da: Ghismou a 22:59 | link | commenti
poesia, scrivere, riflessioni, libri, vita

venerdì, 04 aprile 2008

La prima volta

Siracusa.
Senza segnaletiche, strade senza divieti, soste inattese, o rifornitori di giustizia o sentimenti. Le ciminiere fan l'amore con le nuvole, nuvole coricate sul dorso del mondo, l'orizzonte che si svela e si tinge di arancione mentre viene la sera e il sole rosseggia dal fondo del mare.
La notte viene con un vento freddo, accompagnata da un silenzio che prima non c'era. É la prima volta che.
No, non la prima in generale.
È notte ma non è la prima volta che è notte. Questo almeno mi da conforto, so come comportarmi. È una notte particolare, la notte in cui la festa finisce, si salutano gli amici, i parenti, che non si sa se e quando si rivedranno ancora, è la notte che poi ti viene la tristezza, ma più che tristezza è un vuoto dove prima c'era la gioia, e rimane un gusto un po' amaro, come qualcosa che si è perso e non tornerà più tra le nostre mani.
È la prima volta che.
Ho nostalgia, ma non è la prima volta che ho nostalgia, altrimenti non sarei quello che sono, non scriverei queste parole, non sarei nuvola e non piangerei. Sono nuvola, ma non è la prima volta che mi sento una nuvola; volo leggero su strade deserte, e seguo la via verso casa, ma ci arrivo e subito un vento potente mi allontana, mi disperde, mi dirada, resta la pioggia, che cade su altri quartieri, altre strade, lontano da tutto, dal cielo che.
No, non è la prima volta che volo lontano. Sono stato in tanti paesi, ho visto tante cose, sono stato molto lontano, ma mai come adesso. Adesso sono lontano col cuore, manca l'appartenenza, il bisogno, manca il calore, manca la forza. C'è così poca gioia in questo immenso universo di dolcezza, che la dolcezza da sola rende tutto così difficile, che ti resta un perenne groppo alla gola, e non puoi inghiottire, e ti vengono le lacrime agli occhi perché vorresti solo che fosse diverso, ma andare lontano non basta, non basta partire. Forse non manca nulla, manco io, forse, da quella fotografia, c'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio viso. C'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio.
No, non è la prima volta che ho paura, paura del vuoto, paura di star male. Ho paura di partire, di lasciare e non trovare, paura di restare e marcire, paura di soffrire, e di amare, paura di credere e annegare, e sognare e dormire, e paura di capire. Ho acceso una stella con un dito, ho pensato fosse un'idea raggiungerla con il pensiero, ma precipito ogni sera quando col dito disegno il tragitto che mi separa dalla stella che porta il mio nome.
Cado. Ma non è la prima volta che cado.
Mi dispiace, ma non è la prima volta, mi dispiace per tante cose che ho fatto, per i pensieri che ho tradito e ucciso, le speranze sfumate, le carezze non condivise, i silenzi, le parole non dette, gli abbracci non ricambiati. Mi dispiace per tutte le volte che non mi è sembrato di dare abbastanza, perché il mio modo di amare non è forse abbastanza. Mi dispiace per il mio egoismo, per essere così lontano, da tutto e da tutti, in un isola dove non trovo altro che il mio compiacimento. Mi dispiace per voi, che mi accudite, perché non avete altro che dolore e amare gioie, felicità sbiadite da una cornice di grigio, mi dispiace per voi più che di ogni altra cosa.
È la prima volta che. È la prima volta che scrivo. No, non è vero, è vero solo in questo momento, perché non scrivo da tanto. È la prima volta dopo tanto tempo che scrivo. E scrivo con le mani di un ingegnere e un cuore spaesato, incerto, confuso, che resta a guardare, mentre attorno il mondo si costruisce e si sgretola in continuazione, mentre sbuffano i treni e i vulcani, e volano gli aerei e gli aquiloni, ed io sbuffo come un treno, mentre aspetto di partire, sfrecciare nel cielo come un aereo, mentre vorrei essere un vulcano, eruttare la rabbia, il dolore, la frustrazione per tutto quello che vedo, liberare tutto il dolore, liberare ogni cosa, e poi essere aquilone, ondeggiare nel cielo limpido mentre si schiarisce il fumo, tenuto con una corda dalla mano di mio padre, con mia madre seduta in un giardino che sorride con gli occhi alzati al cielo, finché arriva il vento, sempre quello, che in un guizzo beffardo, una folata di dolcezza e destino, mi strappi alla presa della mano paterna, e mi porti lontano, dove non so, ma dove sarà magari ancora e ancora e ancora, la prima volta che.

Postato da: Ghismou a 01:20 | link | commenti
scrivere, riflessioni, vita