...una linea d'inchiostro verso il mattino...

Eccomi

Utente: Ghismou
Nome: Belial
"...mi chiede chi sono:sono un operaio,vede,uno con le mani rovinate,un intruso,uno che ama la bellezza ma è troppo povero per essa,uno che deve sentire di essere odiato, per sapere che non è commmiserato...ma sono sciocchezze." R.M.Rilke

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lunedì, 14 settembre 2009

Stracci di Vita – Parte II – Overture

Ero sull’autobus quando d’un tratto…d’un tratto mi sono sentito…mi sono sentito…

È già accaduto tutto questo, quest’autobus e questo momento, questi vetri sporchi da cui vedo un mondo sporco, sbiadito, sfuggente. Ho già visto queste persone, queste foglie ondeggianti, ho vissuto l’Autunno, questo lento Autunno dell’anima, ho già percorso questa strada.
Mi scuote una persona al mio fianco. E’ un indiano, non mi piace il suo odore. Non sono razzista ma non mi piace il suo odore. Resto seduto a fissare il mondo sporco che passa volando, e conto i semafori che lampeggiano al buio, spenti nella notte che si tiene sveglia sui gomiti e lo sguardo pesante. L’indiano si alza, va verso le porte, prenota la fermata, si guarda attorno, ha i baffi neri i capelli neri con la riga laterale, così neri e così in ordine da sembrare finti, è un indiano uguale a tanti altri che ho visto, ha il colore del cioccolato, e si porta dietro il suo odore che non mi piace. L’autobus si ferma, l’uomo barcolla appeso alla pertica fredda e nera, poi dondolandosi un poco si lancia fuori dalle porte giù in strada. Il mondo fuori dalle porte aperte sembra quasi meno sporco, sembra più reale, è li a pochi passi, potrei ancora riuscire a scendere se facessi un balzo. Le porte mi si chiuderebbe addosso e si riapritrebbero automaticamente. Mi salverei lì sull’asfalto, lì lontano da casa, in una strada che non è la mia strada, di notte, una notte vuota con pochi fari di poche auto, un indiano che si allontana a passi lenti, una puttana che ammica disperata e lasciva nella mia direzione.
Ho fatto un rapido scatto, le porte mi si sono chiuse sulle braccia, le ho spinte indietro e sono finito in strada. Le mie scarpe rosse sull’asfalto grigio, le mie scarpe che non funzionano, che non basta battere i tacchi tre volte per tornare a casa, perché non c’è una casa a cui tornare, non c’è magia nelle mie scarpe rotte, e nei miei piedi voglia di viaggiare. Ma sono su un asfalto nuovo, un angolo di mondo che non ho mai vissuto. E’ notte e una puttana si avvicina. Da come mi guarda sa che non ho molto da offrirle. Se non fosse consumata dalla vita che conduce sarebbe quasi carina, ma ha gli occhi infossati e di una triste bellezza, uno spento chiarore le colora le guance, mi sorride con un sorriso ingiallito dalle sigarette che fuma nella lunga attesa notturna. Non sono mai stato con una puttana, ho sempre avuto paura, delle malattie, del buon costume, dei sensi di colpa, della vergogna, del sesso fatto senza amore.
Ma c’è una voglia perversa, il proibito che ha un odore così forte ed invitante da spezzarti il fiato e la coscienza, ti avvolge in un canto di sirena ammaliante, sconvolgente, conturbante. Ho voglia di fare del sesso, ho voglia di annullarmi, non sentire e non pensare, ho voglia di essere diverso da ciò che sono sempre stato. Potrei farlo almeno una volta anche solo per scuotermi da questo ridicolo angolo di esistenza su cui rimango bloccato. Potrei guardarla mentre fa finta di godere sotto di me, mentre vengo sulla sua pelle bianca e usurata dal tempo, potrei potrei…
Mi ritrovo in un altro vicolo poco distante, i pensieri mi hanno portato lontano dalla tentazione, il mio inconscio mi ha salvato. Sarebbe stato uno sbaglio…forse..
Ai piedi di una statua c’è un uomo seduto che sembra che dorma, gli passo davanti, vedo la bottiglia di vodka al suo fianco e i pochi spiccioli che tiene nel cappello. L’alcol lo aiuta a togliersi di mezzo più rapidamente da quella strada di merda, da una vita consumata a trent’anni. Vorrei sedermi come lui, attendere, riposarmi, non pensare, ma c’è un cattivo odore per la strada, piscio e spazzatura, alcol e indifferenza.
Rotolo per chilometri senza destinazione, poi svolto un angolo, percorro un piccolo viale alberato, entro in un parco buio rischiarato solo dalla luce della luna calante e mi accoglie una panchina. Mi siedo, sono stanco, stanco di pensare.
Dove sono tutti i miei amici?
Dove sono tutti gli altri?
Poggio la testa e guardo la Luna. Mi guarda dall’alto, mi brilla negli occhi, mi risponde silenziosa e piango con lei. Non ci sono stelle cadenti né desideri, solo lacrime calde sulle mie guance.
Domani…domani sarà migliore. Farò qualche telefonata, lavorerò, mi sforzerò di vivere e poi…poi vediamo.

Postato da: Ghismou a 20:48 | link | commenti
poesia, scrivere, riflessioni, libri, vita