La prima volta
Siracusa.
Senza segnaletiche, strade senza divieti, soste inattese, o rifornitori di giustizia o sentimenti. Le ciminiere fan l'amore con le nuvole, nuvole coricate sul dorso del mondo, l'orizzonte che si svela e si tinge di arancione mentre viene la sera e il sole rosseggia dal fondo del mare.
La notte viene con un vento freddo, accompagnata da un silenzio che prima non c'era. É la prima volta che.
No, non la prima in generale.
È notte ma non è la prima volta che è notte. Questo almeno mi da conforto, so come comportarmi. È una notte particolare, la notte in cui la festa finisce, si salutano gli amici, i parenti, che non si sa se e quando si rivedranno ancora, è la notte che poi ti viene la tristezza, ma più che tristezza è un vuoto dove prima c'era la gioia, e rimane un gusto un po' amaro, come qualcosa che si è perso e non tornerà più tra le nostre mani.
È la prima volta che.
Ho nostalgia, ma non è la prima volta che ho nostalgia, altrimenti non sarei quello che sono, non scriverei queste parole, non sarei nuvola e non piangerei. Sono nuvola, ma non è la prima volta che mi sento una nuvola; volo leggero su strade deserte, e seguo la via verso casa, ma ci arrivo e subito un vento potente mi allontana, mi disperde, mi dirada, resta la pioggia, che cade su altri quartieri, altre strade, lontano da tutto, dal cielo che.
No, non è la prima volta che volo lontano. Sono stato in tanti paesi, ho visto tante cose, sono stato molto lontano, ma mai come adesso. Adesso sono lontano col cuore, manca l'appartenenza, il bisogno, manca il calore, manca la forza. C'è così poca gioia in questo immenso universo di dolcezza, che la dolcezza da sola rende tutto così difficile, che ti resta un perenne groppo alla gola, e non puoi inghiottire, e ti vengono le lacrime agli occhi perché vorresti solo che fosse diverso, ma andare lontano non basta, non basta partire. Forse non manca nulla, manco io, forse, da quella fotografia, c'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio viso. C'è uno spazio vuoto dove prima c'era il mio.
No, non è la prima volta che ho paura, paura del vuoto, paura di star male. Ho paura di partire, di lasciare e non trovare, paura di restare e marcire, paura di soffrire, e di amare, paura di credere e annegare, e sognare e dormire, e paura di capire. Ho acceso una stella con un dito, ho pensato fosse un'idea raggiungerla con il pensiero, ma precipito ogni sera quando col dito disegno il tragitto che mi separa dalla stella che porta il mio nome.
Cado. Ma non è la prima volta che cado.
Mi dispiace, ma non è la prima volta, mi dispiace per tante cose che ho fatto, per i pensieri che ho tradito e ucciso, le speranze sfumate, le carezze non condivise, i silenzi, le parole non dette, gli abbracci non ricambiati. Mi dispiace per tutte le volte che non mi è sembrato di dare abbastanza, perché il mio modo di amare non è forse abbastanza. Mi dispiace per il mio egoismo, per essere così lontano, da tutto e da tutti, in un isola dove non trovo altro che il mio compiacimento. Mi dispiace per voi, che mi accudite, perché non avete altro che dolore e amare gioie, felicità sbiadite da una cornice di grigio, mi dispiace per voi più che di ogni altra cosa.
È la prima volta che. È la prima volta che scrivo. No, non è vero, è vero solo in questo momento, perché non scrivo da tanto. È la prima volta dopo tanto tempo che scrivo. E scrivo con le mani di un ingegnere e un cuore spaesato, incerto, confuso, che resta a guardare, mentre attorno il mondo si costruisce e si sgretola in continuazione, mentre sbuffano i treni e i vulcani, e volano gli aerei e gli aquiloni, ed io sbuffo come un treno, mentre aspetto di partire, sfrecciare nel cielo come un aereo, mentre vorrei essere un vulcano, eruttare la rabbia, il dolore, la frustrazione per tutto quello che vedo, liberare tutto il dolore, liberare ogni cosa, e poi essere aquilone, ondeggiare nel cielo limpido mentre si schiarisce il fumo, tenuto con una corda dalla mano di mio padre, con mia madre seduta in un giardino che sorride con gli occhi alzati al cielo, finché arriva il vento, sempre quello, che in un guizzo beffardo, una folata di dolcezza e destino, mi strappi alla presa della mano paterna, e mi porti lontano, dove non so, ma dove sarà magari ancora e ancora e ancora, la prima volta che.