Stracci di Vita – Parte II – Overture
Ero sull’autobus quando d’un tratto…d’un tratto mi sono sentito…mi sono sentito…
È già accaduto tutto questo, quest’autobus e questo momento, questi vetri sporchi da cui vedo un mondo sporco, sbiadito, sfuggente. Ho già visto queste persone, queste foglie ondeggianti, ho vissuto l’Autunno, questo lento Autunno dell’anima, ho già percorso questa strada.
Mi scuote una persona al mio fianco. E’ un indiano, non mi piace il suo odore. Non sono razzista ma non mi piace il suo odore. Resto seduto a fissare il mondo sporco che passa volando, e conto i semafori che lampeggiano al buio, spenti nella notte che si tiene sveglia sui gomiti e lo sguardo pesante. L’indiano si alza, va verso le porte, prenota la fermata, si guarda attorno, ha i baffi neri i capelli neri con la riga laterale, così neri e così in ordine da sembrare finti, è un indiano uguale a tanti altri che ho visto, ha il colore del cioccolato, e si porta dietro il suo odore che non mi piace. L’autobus si ferma, l’uomo barcolla appeso alla pertica fredda e nera, poi dondolandosi un poco si lancia fuori dalle porte giù in strada. Il mondo fuori dalle porte aperte sembra quasi meno sporco, sembra più reale, è li a pochi passi, potrei ancora riuscire a scendere se facessi un balzo. Le porte mi si chiuderebbe addosso e si riapritrebbero automaticamente. Mi salverei lì sull’asfalto, lì lontano da casa, in una strada che non è la mia strada, di notte, una notte vuota con pochi fari di poche auto, un indiano che si allontana a passi lenti, una puttana che ammica disperata e lasciva nella mia direzione.
Ho fatto un rapido scatto, le porte mi si sono chiuse sulle braccia, le ho spinte indietro e sono finito in strada. Le mie scarpe rosse sull’asfalto grigio, le mie scarpe che non funzionano, che non basta battere i tacchi tre volte per tornare a casa, perché non c’è una casa a cui tornare, non c’è magia nelle mie scarpe rotte, e nei miei piedi voglia di viaggiare. Ma sono su un asfalto nuovo, un angolo di mondo che non ho mai vissuto. E’ notte e una puttana si avvicina. Da come mi guarda sa che non ho molto da offrirle. Se non fosse consumata dalla vita che conduce sarebbe quasi carina, ma ha gli occhi infossati e di una triste bellezza, uno spento chiarore le colora le guance, mi sorride con un sorriso ingiallito dalle sigarette che fuma nella lunga attesa notturna. Non sono mai stato con una puttana, ho sempre avuto paura, delle malattie, del buon costume, dei sensi di colpa, della vergogna, del sesso fatto senza amore.
Ma c’è una voglia perversa, il proibito che ha un odore così forte ed invitante da spezzarti il fiato e la coscienza, ti avvolge in un canto di sirena ammaliante, sconvolgente, conturbante. Ho voglia di fare del sesso, ho voglia di annullarmi, non sentire e non pensare, ho voglia di essere diverso da ciò che sono sempre stato. Potrei farlo almeno una volta anche solo per scuotermi da questo ridicolo angolo di esistenza su cui rimango bloccato. Potrei guardarla mentre fa finta di godere sotto di me, mentre vengo sulla sua pelle bianca e usurata dal tempo, potrei potrei…
Mi ritrovo in un altro vicolo poco distante, i pensieri mi hanno portato lontano dalla tentazione, il mio inconscio mi ha salvato. Sarebbe stato uno sbaglio…forse..
Ai piedi di una statua c’è un uomo seduto che sembra che dorma, gli passo davanti, vedo la bottiglia di vodka al suo fianco e i pochi spiccioli che tiene nel cappello. L’alcol lo aiuta a togliersi di mezzo più rapidamente da quella strada di merda, da una vita consumata a trent’anni. Vorrei sedermi come lui, attendere, riposarmi, non pensare, ma c’è un cattivo odore per la strada, piscio e spazzatura, alcol e indifferenza.
Rotolo per chilometri senza destinazione, poi svolto un angolo, percorro un piccolo viale alberato, entro in un parco buio rischiarato solo dalla luce della luna calante e mi accoglie una panchina. Mi siedo, sono stanco, stanco di pensare.
Dove sono tutti i miei amici?
Dove sono tutti gli altri?
Poggio la testa e guardo la Luna. Mi guarda dall’alto, mi brilla negli occhi, mi risponde silenziosa e piango con lei. Non ci sono stelle cadenti né desideri, solo lacrime calde sulle mie guance.
Domani…domani sarà migliore. Farò qualche telefonata, lavorerò, mi sforzerò di vivere e poi…poi vediamo.
Quando sarà buio
"Mi piaceva tanto il cielo di ieri, un cielo chiuso, nero di pioggia, che si spingeva contro i vetri, come un viso ridicolo e commovente. Questo Sole qui non è ridicolo, al contrario. Su tutto quello che mi piace, sulla ruggine del cantiere, sulle fradice tavole della palizzata, cade una luce avara e ragionevole, simile allo sguardo che si getta, dopo una notte insonne, sulle decisioni che si son prese con entusiasmo il giorno prima, sulle pagine che si son scritte di getto, senza una cancellatura. I quattro caffè del viale Victor-Noir, che la notte brillano, l'uno accanto all'altro, e che son ben più che caffè - acquari, vascelli, stelle, o grandi occhi bianchi - hanno perduto la loro grazia ambigua.
Un giorno perfetto per un ritorno su se stessi: questi freddi chiarori - che il Sole proietta, come un giudizio senza indulgenza, sulle creature - entrano in me attraverso gli occhi; mi sento rischiarato da una luce avvilente, Son sicuro che mi basterebbe un quarto d'ora, per raggiungere il supremo disgusto di me stesso. Grazie tante, non ci tengo. non rileggerò nemmeno quello che ho scritto ieri sul soggiorno di Rollebon a San Pietroburgo. Rimango seduto, con le braccia penzoloni, oppure traccio qualche parola senza persuasione, sbadiglio, attendo che scenda la sera. Quando sarà buio, gli oggetti ed io usciremo dal limbo."
Jean Paul Sartre - La Nausea
In silenzio, tra nuvole e cielo
...E la vita si consuma ogni giorno, ogni giorno uguale all'altro e le storie da dire diventano sempre meno, i discorsi si disfano man mano che dalla mente giungono alle labbra, e si preferisce il silenzio, la resa dei sensi a questo furto dell'anima.
Il silenzio è meglio, meglio di ogni parola se viene da dentro e dentro poi muore. Il silenzio è nel mare, è una goccia d'amore che non sai assaporare, il silenzio è parola detta stretta in un pugno, come un suono difeso dagli inganni del vento, dallo spazio e dal tempo. Il silenzio è il tormento di ogni singola frase, che si ingarbuglia nel cuore, viene fuori spezzata dall'imbarazzo, l'amore, viene fuori tra i denti, in un sibilo assente, una brezza sospesa tra respiro e fiato. Il silenzio è passato, era meglio quando dormivo, e in silenzio sognavo e nel sogno vivevo, vivevo davvero.
Il silenzio ora è tutto, è parola in lutto. Il silenzio è una benda stretta intorno ai miei occhi, mentre guardo il cielo piovermi addosso con tutte le stelle, tutte quelle che riesce a tenere questo splendido ombrello che chiamano notte, questa nuvola grigia che mi avvolge lo sguardo e mi separa da Dio, dall'immenso potere che trova sfogo in un tuono. Il silenzio è pioggia incessante dopo una tempesta d'amore, è l'odio rappreso nella ferita del cuore. Il silenzio è ignoranza, è paura di dire, il silenzio è pagare con la stessa moneta il silenzio degli altri, che non sappiamo mai dire, nè raccontare, il silenzio è sapere che hai finito le storie, che hai finito le note. Hai raccolto in silenzio in un cesto di vita, un drappello di sogni, parole e pensieri, li hai inviati al tuo cuore, ma il cuore rinnega il coraggio delle parole, ti nega il silenzio del sesso, il cuore che annega annega nel mare dell'incoerenza, di questa stanza perduta in quel triste spazio tra nuvole e cielo, tra nuvole e cielo...Il silenzio è questo, che segue la fine. Il silenzio è piangere per commozione o per rabbia, per rancore. il silenzio è d'oro se speso per recitare una poesia d'amore.
Mi voglio sospeso, in silenzio, tra nuvole e cielo.
............?
All'alba c'era silenzio. Respirava piano e il vento e le nuvole e le nuvole e il vento danzavano.
Cadeva una goccia, faceva rumore e rompeva il silenzio.
Ma io chi sono?
Sono una goccia che cade o il suo rumore?
Sono il silenzio dell'alba o il respiro che sposta le nuvole?
O sono una nuvola?
Sono una goccia di nuvola, spostata nella sua caduta dal respiro del vento che cade dove fa più rumore? Su una pozza d'acqua, sul mare, su di un pavimento o sul viso di qualcuno.
E se fossi una lacrima? Sarebbe di gioia o dolore?
O sarebbe una lacrima di noia?
Sono caduto dal tuo occhio limpido e ho percorso la morbida linea del tuo viso per perdermi nel labirinto delle tue labbra, asciugato dalle parole. Erano parole d'amore? Erano nulla? O era un addio, un arrivederci?
Ho perso chi sono nella curva di un punto interrogativo. Dietro l'angolo c'era uno spazio vuoto e poi un punto. Non mi ricordo, non mi ricordo...
Passioni Riconsiderate
Il tempo, prezioso e perduto, diamante stretto in un pugno, che sanguinante e ferito si apre e lo lascia cadere, e si perde ancora, prezioso com'è, si perde per sempre e guadagna valore.
Penso alle parole di Thomas Elliot quando recita:
“Ora penso
che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi
e varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni,
e che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia
quando la nostra attenzione è distratta,
e che quanto ci dà lo dia con turbamenti
così lusinghieri che il dato affanna ciò che si desidera.
E ci dà
troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora ci crediamo,
soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate.”
(Gerontion)
Già, eccole, qui tra le mani mentre i giorni scorrono lenti e la noia li colora di grigio, mentre soffia un vento potente che mi fa dimenticare di avere vissuto, eccole le mie passioni riconsiderate, ciò che ho sempre desiderato fare, sbiadito dal troppo tempo trascorso, dal vento della 'storia'. Sono incosciente, pallido. La mia pelle bianca un offesa al tiepido Sole di fine Aprile.
“Aprile è il mese più crudele...” dice Elliot, si non è mai stato così crudele, a piovere insistente sulle mie palpebre chiuse, sulle mie labbra socchiuse in cerca di parole, su tutti i miei momenti annegandoli, nell'accidia, nella noia, nel nulla. So fare parole, ma non le so dire. É un meccanismo inceppato che sente il peso degli anni. Rileggo a volte quello che scrivo. E' banale, sono io, sempre io.
E il tempo si distende, si lascia guardare per bene, mentre mi scivola tra le mani, come un lungo vestito di seta sul corpo di una donna bellissima, si lascia cadere tra le mie braccia, come in un ballo improvvisato in una notte silenziosa, mentre in cielo vibrano le stelle la loro melodia senza fine.
Si distende il tempo/donna, e ci allontana, te e me, che ora viviamo in modo differente. Siamo ciechi forse, amanti perduti in un labirinto che si cercano, e si trovano poi, come due granelli di sabbia nel collo di una clessidra che si sfiorano solo nell'ultimo splendido istante. Manca qualcosa, mancano le parole...
“E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
ne sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne
strascicate sul pavimento -
e questo e tante altre cose -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno
dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
se qualcuno, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle
e volgendosi verso la finestra, dicesse:
'Non è per niente questo,
non è per niente questo che volevo dire.'”
(Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock – T. Elliot)
Sparks
Scritta per sbaglio in un giorno d'inverno, da un cuore che non vuole poesia, ma a volte ne vomita qua e là qualcuna, come riflussi di coscienza, singhiozzi d'essenza che mi scoprono ancora vivo. Ma è troppo vuoto questo spazio bianco per non scriverci sopra qualcosa, basti un pensiero, una foglia che cade da un albero su un grande lago di ghiaccio:
'Una libellula ribelle, un trillo vibrante,
spasmi convulsi di un cuore tremante,
sparks.
Che tenebra c'era dentro quella stanza di vetro,
com'eran pesanti le tue ali di cera.
Chiacchere, brusio dalla folla,
mormorano sempre i loro lamenti.'
A presto @--,--'--
26 anni a mezzanotte
26 anni a mezzanotte,
26 anni un conto alla rovescia,
26 anni come una domanda,
26 anni come un onda,
26 anni in uno specchio,
26 anni ancora e sarò vecchio,
26 anni gli anni che avevo in un racconto,
26 anni gli anni che racconto,
26 anni barcollando nella notte,
26 anni a fari spenti,
26 anni un giro solamente,
26 anni che non,
26 anni che invece,
26 anni a mezzanotte,
26 anni presi a botte,
26 anni a squarciagola,
26 anni e non ho voce,
26 anni che perdono
26 anni come un tuono,
26 anni e sono un uomo.
26 minuti a mezzanotte,
e sarà passato un altro anno,
26 minuti a mezzanotte,
e un mare di stelle che non sanno...
Equilibrio
Ferma un istante, resta a guardare
laggiù dove naufraga lo sguardo
nell'abbraccio di un verso di cielo
una nuvola che si tuffa nel mare,
guarda i dervisci che danzano lenti
la tenue luce che offre il ricordo
mentre si sciolgono i ghiacci del polo
mentre la terra muore bruciata dal sole
guarda come affonda Venezia tradita
la fame del mondo che ha sempre più fame
la pace che si appoggia sul male
l'orgoglio che mi spaventa
la legge termodinamica sfinita
di ripristinare un equilibrio infame
guarda come respirare la cenere
come si infrangono i rumori delle città
come annegano piccole fiaccole di umanità
come sia impossibile creare senza distruggere.